“L'Italia rompa gli indugi e riconosca Guaidò presidente del Venezuela”



“In Venezuela è in corso una guerra dell’elettricità e dell’acqua”. Alfredo D’Ambrosio, presidente della Cavenit, la Camera di commercio italo-venezuelana, definisce così la situazione del Paese sudamericano sprofondato nella crisi politica all’inizio del 2019.

Parla di economia, D’Ambrosio, e delle condizioni in cui operano i soci affiliati alla storica istituzione (è stata fondata nel 1954) che gestisce.

“Sono circa 750”, spiega lui, e agiscono in settori che spaziano “dall’agroalimentare, pasta, riso, lavorazione di prodotti lattiero-caseari e salsicce” alle infrastrutture come “ferrovie, dighe, ospedali”.

E poi ancora “trasporti, in particolare la costruzione di rimorchi e semirimorchi e il montaggio di camion e autobus”, energia elettrica e petrolifera, fino alla “produzione di scarpe e stivali di sicurezza”.

Imprese che fanno i conti con gli effetti dello scontro istituzionale esploso tre mesi fa, il 10 gennaio quando, terminato il primo mandato presidenziale, Nicolas Maduro si è insediato a Caracas per il bis.

Un’operazione osteggiata dall’opposizione e dal presidente del Parlamento venezuelano, Juan Guaidò, che si è così proclamato presidente ad interim, fino cioè a nuove elezioni.

Una situazione che, dopo i primi giorni di colpi di scena, sembra essersi paralizzata, cristallizzata.

“I blackout hanno decimato la produzione e i colectivos ci assaltano”

La crisi politica venezuelana sta danneggiando gravemente la popolazione da diversi punti di vista, da quello che riguarda sicurezza sociale, violenza e sostentamento, alle emergenze sanitarie e migratorie.

Gli effetti però si stanno facendo sentire fortemente anche sull’economia, compresi gli affari degli imprenditori italiani o oriundi, cioè figli o nipoti di connazionali emigrati.

“Le imprese del settore privato non vanno oltre il 20% della propria capacità, di quanto cioè producevano anche solo tre o quattro anni fa”, spiega D’Ambrosio.

Il motivo è proprio il “taglio all’elettricità che impedisce di lavorare”.

Il primo blackout imposto dal governo risale a inizio marzo; nelle ultime ore il Paese è di nuovo ripiombato nel buio.

“Nelle zone con meno elettricità c’è il far west – commenta il presidente della Cavenit – A Valencia (nel nord del Paese, a 170 chilometri dalla capitale Caracas, ndr) di notte circolano le bande armate, i cosiddetti colectivos, che assaltano la zona industriale e portano via i macchinari. Molti soci ci hanno detto che oramai dormono armati nelle aziende per proteggere i propri beni”.

Il messaggio al governo: “Farsi trovare pronti o ci rimetteremo”

Una situazione quasi insostenibile, eppure gli imprenditori non cedono: “Appartengono alla classe media, per questo motivo hanno deciso di non andarsene da un giorno all’altro”.

Resistono, insomma, aspettando tempi migliori: “Paradossalmente, con quanto accaduto dalla proclamazione di Guaidò, negli ultimi mesi è rinata una speranza – spiega D’Ambrosio – Ci vorrà del tempo, forse più di quanto auspicavamo, ma prima o poi la situazione cambierà”, costringendo cioè Maduro e la sua politica a farsi da parte.

Nel frattempo, però, secondo D’Ambrosio occorre gettare le basi per il futuro e il compito è del governo italiano: “Ci preoccupa il suo atteggiamento, il non voler riconoscere Guaidò – afferma – Se continuerà a mantenere una posizione ambigua le nostre aziende ci rimetteranno”.

In che senso? “La nuova classe politica venezuelana preferirà andare con i governi stranieri che hanno fatto qualcosa per lei in questi mesi”.

L’immobilismo del nostro Paese, secondo il presidente della Camera di commercio italiana di Caracas, non starebbe insomma aiutando. “Lo faremo presente alla militanza dei Cinque Stelle a cui stiamo preparando una lettera – afferma D’Ambrosio – Occorre anche saper cogliere il momento: quando è caduto Jimenez (il dittatore venezuelano di metà secolo scorso che venne sollevato nel ‘58, ndr) ci fu una sorta di ritorsione contro gli italiani perché il suo governo era il loro principale datore di lavoro. Per cinque o sei anni la nostra comunità fu mal vista”, conclude. Per evitarlo, dunque, sarebbe meglio “farsi trovare pronti”. 


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Autore dell'articolo: admin