L’inverno dei giorni della terapia cede il passo alla primavera degli effetti collaterali che si attenuano. E così apprezzo il qui e ora: la luce, l’aria, un po’ di vento che scompiglia i capelli, il chiacchierare delle persone


GettyImages

GettyImages

È come la primavera. Guardi il cielo, vedi la luce e scopri i germogli.

L’inverno dei giorni della terapia cede il passo alla primavera degli effetti collaterali che si attenuano, della possibilità di uscire di casa, quasi che fosse un regalo inaspettato invece che un’abitudine data per scontata.

E così apprezzo il qui e ora: la luce, l’aria, un po’ di vento che scompiglia i capelli, il chiacchierare delle persone, come se così facendo il peso che sento si liberi nell’aria quasi quanto un palloncino che fugge verso l’alto.

Solo una sirena lontana, giorni fa, mi ha fatto ritornare in mente la notte che finii al Pronto soccorso a causa della debolezza, ma poi anche lei ha taciuto e sono ritornata al mio incanto che seguivo passo dopo passo.

Mi sento più leggera, forse complice la scelta di tenere con me ciò che sento importante e riconoscere il valore di chi mi sta vicino. Dimentico chi non si è fatto più sentire per timore, chi mi parla spesso e di continuo del mio male (a me!!!) quasi fosse suo compito forzarmi a pensare positivo, la dottoressa in reparto che – in mancanza del mio medico di riferimento – alle mie domande sulla mia salute mi rispose «Lei mi fa venire l’ansia» (Io, a lei!!!).

Penso di più a mio nipote il quale, quando gli spiegai che la nuova crema serviva per attenuare le mie rughe comparse sotto gli occhi, mi rispose «Te lo dico io come si fa: ti serve una vacanza per riposarti!» senza sapere, a sette anni, che in quel momento la mia vacanza per il riposo era lui.

Domani aspetto la telefonata dal reparto, per un altro giro (il quinto!) con il cocktail di farmaci che ogni due settimane mi tira giù come dentro una buca e mi fa dimenticare il sapore dei cibi, come si cammina senza che mi giri la testa, come si dorme senza pensare al port sottopelle che riceve il farmaco per quarantotto ore…

Tanto passa. Piano piano uscirò ancora una volta dalla buca; dò a me stessa l’appuntamento per guardare di nuovo in alto, godere della luce e del brusio della gente che cammina intorno e gustare il mio piatto di spaghetti con le vongole nel locale qua vicino…Tanto passa. Assaporerò quei momenti con gusto, come il gelato al limone che in quei giorni devo abbandonare.

Per tutto il resto (il sesto ciclo, la TAC di controllo, la rivalutazione, i nuovi percorsi medici…) c’è tempo.

I.M.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute

 


Pagina ufficiale: http://xml2.corriereobjects.it/rss/salute.xml

Autore dell'articolo: admin