L’immagine affascinante mostra quanto i farmaci anti età possono funzionare (per ora sui topi)


Un’immagine affascinante di due topi mostra che i farmaci anti-invecchiamento potrebbero davvero funzionare. Il topo di sinistra appare fragile, con la pelliccia diradata e tendente al bianco. Potrebbe essere il padre del roditore a destra che invece ha un pelo lucido, gli occhi luminosi e si comporta in modo più vivace. Ma non è così. I due animaletti sono coetanei, solo che il secondo è stato trattato con farmaci anti-età, i cosidetti «senoloitici» che agiscono permettendo alle cellule senescenti (chiamate anche cellule «zombie») di autodistruggersi, invece di danneggiare quelle sane vicine e il resto dell’organismo. L’immagine è della Mayo Clinic che da anni, grazie al lavoro di un team guidato dal geriatra James Kirkland, indaga su come riuscire a rallentare o, addirittura invertire, il processo di invecchiamento.

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Le sperimentazioni

Gli scienziati credono che l’invecchiamento sia responsabile di molte malattie serie come l’Alzheimer, il Parkinson, l’artrite, il diabete, malattie cardiovascolari e in alcuni casi anche il cancro. L’obiettivo (ambizioso) del team statunitense è trovare il modo di bloccare l’invecchiamento. La scoperta dell’esistenza delle «cellule zombie» risale agli anni Sessanta. I primi studi sono partiti nel 2005. Da allora sono state decine le pubblicazioni su riviste scientifiche prestigiose. Ora questi farmaci senolitici sono in fase di sperimentazione sugli esseri umani e, a differenza dei precedenti test, che erano concentrati sulle singole malattie, le sperimentazioni hanno come scopo di ridurre in generale le fragilità legate all’invecchiamento. Gli scienziati della Mayo Clinic hanno in corso sei esperimenti sugli esseri umani e prevedono di iniziarne altri sei a breve.

La vita dei topi prolungata del 36%

Nelle sperimentazioni il mix di farmaci hanno prolungato la vita dei topi del 36%, l’equivalente di 30 anni negli esseri umani. Ma il dato cruciale è che le cavie sono rimaste in buona salute. Il dottor James Kirkland, direttore del Robert e Arlene Kogod Centro on Aging alla Mayo Clinic ha spiegato al Telegraph, che ha dedicato al tema un lungo reportage: «La maggior parte della gente non vuole vivere 130 anni sentendosi addosso tutti quegli anni, ma non disdegna l’idea di vivere fino a 90-100 anni e sentirsi come fossero 60 cosa che per gli animali siamo riusciti a raggiungere. Circa una decina di anni fa abbiamo cominciato a indagare sul fatto che l’invecchiamento potrebbe essere una causa a monte di tutta una serie di malattie, e non solo un fattore di rischio, quindi ritardare il processo di invecchiamento in molti casi ritarda anche la comparsa delle singole patologie».

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Che cosa sono le «cellule zombie»

Le «cellule zombie» sono cellule che non riescono più a dividersi come prima ma invece di morire iniziano a produrre sostanze chimiche dannose che danneggiano le cellule sane. Le cellule senescenti si accumulano con l’età e aumentano con lo stress e gli scienziati sospettano che quando raggiungono una soglia critica iniziano a scatenare la malattia. Cellule zombie si raggruppano intorno a lesioni che causano infarti e ictus, nelle ossa con persone con osteoporosi, nelle articolazioni di chi soffre di artrite e nel tessuto adiposo dei diabetici. Gli scienziati hanno anche notato che trapiantando cellule zombi in animali giovani questi iniziavano a invecchiare e a sviluppare malattie legate all’età.

I primi studi sull’uomo

I primi studi sull’uomo per ora sembrano promettenti, ma come sempre in questi casi, la cautela è d’obbligo perché succede spesso, purtroppo, che quando si passa alla fase clinica con un numero elevato di pazienti, le cose non vadano come ci si aspetterebbe. Un piccolo studio su 14 anziani affetti da fibrosi polmonare idiopatica ha rivelato che con nove dosi di farmaco antietà nell’arco di tre mesi sono migliorate la velocità e le distanze di camminata. Nel gruppo di controllo invece non è stato visto alcun miglioramento, anzi è stato un continuo declino e peggioramento della malattia. «Questa piccola indagine – ha detto il dottor Kirkland – ci ha dato speranza per proseguire i nostri studi. In futuro vorremmo trattare persone con patologie sempre meno gravi o anche persone che hanno cellule senescenti ma non hanno ancora sviluppato patologie».

I farmaci anti-età

Il cocktail di farmaci sperimentati è composto dal dasatinib, che stimola la morte delle cellule tumorali, solitamente usato per trattare la leucemia e dalla quercetina, un antiossidante presente nelle mele, nel tè verde e nel vino rosso. I farmaci senolitici agiscono permettendo alle cellule senescenti di autodistruggersi, invece di danneggiare quelle sane vicine e il resto dell’organismo.

4 aprile 2019 (modifica il 4 aprile 2019 | 17:39)

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Autore dell'articolo: admin