Libri e sport mi hanno aiutato ad affrontare un linfoma in stadio avanzato. La malattia mi è servita: mi sono rimesso a studiare e non ho smesso mai di fare atletica


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L’anno scorso, finalmente, mi diagnosticano un tumore. Finalmente? Sì, perché erano tre anni che avevo notato un rigonfiamento dei linfonodi inguinali e vedevo i medici brancolare nel buio, per poi concludere la loro diagnosi, invariabilmente, dicendomi che non dovevo preoccuparmi perché a chi pratica sport a livello agonistico può succedere di andare incontro ad un ingrossamento dei nodi linfatici.

E naturalmente se ti dicono che stai bene, non ti viene proprio in mente di chiedere un nuovo consulto. Queste sono cose che si fanno quando la diagnosi è opposta. Inoltre all’inizio non sei in grado di capire che quella diagnosi era fasulla perché fondata su una diagnostica carente e quindi incompleta. Questa è una consapevolezza che acquisti in seguito. Però nell’ultimo anno erano molto aumentati di volume.

Pertanto vado in un’altra struttura e compaiono le parole tanto temute: tumore, linfoma (non Hodgkin) in stadio avanzato (dopo tre anni era ormai ben esteso a tutta la gamba e l’addome), chemioterapia e radioterapia. Tuttavia almeno avevamo dato un nome al male. Ed in questo modo ci eravamo messi nella condizione di poterlo combattere.

Le terapie erano compito dei medici.  A me spettava un altro incarico: proprio quello di cogliere l’opportunità della malattia per mettere alla prova me stesso. Il primo compito è stato quello di evitare di identificarmi con essa. Non bisogna diventare il proprio male. Occorre avere (o rafforzare) la consapevolezza di essere delle persone, con una malattia. E quindi è necessario non rinunciare ai propri sogni, progetti, desideri, amori. Ma, anzi, rafforzarli proprio in questi momenti, pur nella coscienza della necessità di dover, nel frattempo, affrontare il male.

Fondamentale, pertanto, è stato per me continuare ad avere un’impostazione progettuale della vita: ho ripreso in mano i libri e mi sono rimesso a studiare, nell’ottica di poter partecipare a nuovi concorsi.

Non ho smesso mai di fare atletica, nonostante il parere contrario dei medici che temevano che un infortunio avrebbe potuto compromettere il percorso chemioterapico. Certo, facendo quello che mi sentivo e acuendo la consapevolezza che se mi venivano meno le forze, ciò era dovuto solo ai medicinali e alla lotta che si svolgeva dentro di me, senza permettere che la mente cedesse anche di un solo centimetro allo sconforto.

Avevo l’obiettivo di partecipare ai campionati italiani del prossimo anno e non potevo deflettere da questo. Vi era la necessità di guarire quanto prima possibile. Inoltre, come nell’atletica, era importante costruire una squadra che mi aiutasse a correre questa gara. Che, come tutte le gare, si corre da soli, ma anche in mezzo agli altri. Facendo attenzione ad ogni singolo passo, ma al contempo senza distogliere gli occhi dal traguardo lontano. In questo tutti gli amici e i compagni di tanti allenamenti e di tanti abbracci sudati non hanno mai smesso di essermi vicino, anche quando ero io a dover dare coraggio a chi, scioccato dalla notizia, non aveva parole per esprimere il proprio sentire.

Fai la conoscenza con persone straordinarie, che affrontano qualsiasi difficoltà pur di starti vicino e aiutati a condividere il peso della tua esperienza.

Occorreva poi trovare la forza per sostenere i propri affetti più cari, spaventati dal percorso iniziato, ed anche di quelle persone che, incontrate per caso in un reparto di ospedale, esprimevano maggiore fatica di altre a trovare la forza di andare avanti. Nulla come la percezione del dolore e della sofferenza altrui ti permette di crescere.

La malattia è dunque davvero un’opportunità? Senza dubbio lo può essere, come ogni altro evento della nostra vita. Lo può essere se siamo noi a volere che sia così. Nel caso specifico, reagendo con determinazione e anche con rabbia, senza lasciarci sopraffare dall’afflizione.

Per me è stata un’ottima occasione per fare ordine tra le persone che mi circondano. Vale a dire per imparare a conoscerle a fondo, distinguendo chi provava un sincero sentimento di partecipazione emotiva (a prescindere dalla capacità di manifestarlo) e chi invece maldestramente lo faceva cercando solo di obbedire a regole formali.

Può servire (e per me così è stato) ad attribuire un diverso peso specifico a quanto ci circonda. Questo contribuisce molto ad alleggerire il nostro vivere quotidiano. Forse tutto questo è solo la conseguenza del fatto che, come ogni esperienza emotivamente intensa che ci riguarda, siamo noi ad essere diversi, a vedere con occhi differenti il nostro mondo. E quindi a poter capire quanto siamo fortunati anche solo nell’avere una (vera o presunta) prospettiva di guarigione.

Ci alleniamo con alcuni atleti disabili, motori o cognitivi, ed altri li incontriamo sui campi di allenamento: il loro è il vero coraggio, perché pur sapendo di non poter fare a meno delle loro disabilità, ci insegnano l’entusiasmo e la gioia nel compiere gesti che per noi sono così scontati da rimanere al di sotto della nostra soglia di consapevolezza.

Dunque sì, perfino la malattia può essere un meraviglioso percorso di consapevolezza e di condivisione dell’importanza e dell’inesauribile forza della vita che, invariabilmente, finisce sempre per vincere.

   L.D.P.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin