L’eterna lotta tra capitalismo e rivoluzione


Riot: Civil Unrest di Leonard Menchiari, IV Productions e Merge Games è un simulatore di protesta per PC e PlayStation 4, Xbox One e Nintendo Switch ambientato durante le manifestazioni successive alla crisi economica del 2008. Chi gioca controlla i manifestanti o la polizia (anche contro un amico) attraverso quattro campagne ambientate in Italia (NoTAV), Spagna (Indignados), Grecia (le proteste contro l’apertura di una discarica a Keratea) ed Egitto (Primavera araba) e in vari altri scenari dal Cile a Taiwan passando per Usae Brasile. A questi si aggiungono i livelli creati dagli utenti tramite l’editor disponibile nella versione PC.
Pur essendo un gioco di strategia, Riot: Civil Unrest non è un gioco di guerra. Ogni manifestazione è riassunta in una piccola mappa in cui manifestanti e polizia cozzano non per eliminare fisicamente l’avversario ma per controllare il territorio e il gioco incoraggia a raggiungere i propri obiettivi in modo pacifico. La violenza è un’opzione possibile ma pericolosa, e può inimicare l’opinione pubblica e trasformare una vittoria sul campo in una sconfitta.
È un taglio che può sembrare banalizzante, ma ridurre le manifestazioni allo scontro tra manifestanti e polizia chiarisce invece come queste proteste siano parte di una lotta tra istanze rivoluzionarie e capitalismo. «Gli sbirri sono il braccio esecutivo che ogni giorno rende possibile lo stato liberale capitalista» scrivono David Correia e Tyler Wall in Police: A Field Guide (Verso Books). Lo mostra bene la modalità «globale» di Riot: Civil Unrest, dove tutte le manifestazioni vengono giocate in ordine cronologico in due campagne vissute dai diversi punti di vista: vittoria dopo vittoria, nella campagna dei «ribelli» vediamo aumentare i diritti delle persone, l’uguaglianza sociale e la qualità dell’ambiente, mentre nella campagna della polizia aumentano il potere delle corporazioni, il controllo pubblico e privato sulla vita dei lavoratori e gli allevamenti intensivi.
Manifestanti e poliziotti sono anche molto diversi da giocare. Entrambi gli schieramenti possono essere personalizzati ed equipaggiati con oggetti da usare durante la partita (come molotov per i manifestanti o granate fumogene per i poliziotti), ma la polizia è organizzata in unità disciplinate, ordinate e dotate di armi e abilità caratteristiche, mentre i manifestanti sono numerosi ma disordinati e difficili da controllare.
Ed è notevole l’impegno che Riot: Civil Unrest spende per simulare non solo il disordine dei manifestanti, ma anche delle manifestazioni stesse. Ogni personaggio è sia parte di una massa fluida e dinamica in continuo movimento sia un individuo autonomo che, se impaurito, può abbandonare i suoi compagni o non eseguire gli ordini. Le unità non si comportano mai come anonima carne da macello come accade invece in tanti altri videogiochi di strategia, e questo vuole però anche dire che chi gioca non ha mai pieno controllo sulla situazione. La colonna sonora fatta di voci, cori e grida e la grafica sintetica ma zeppa di dettagli, gesti e personaggi contribuiscono a questo frastuono.
Ma il disordine di Riot: Civil Unrest si ritrova anche fuori dalle manifestazioni. Si ritrova nei menù, nella sbilanciata difficoltà dei vari scenari, nell’illeggibile carattere dei testi pieni di errori, nella confusione delle interfacce, nel pessimo sistema di controllo e nei frequenti problemi tecnici. E la povertà dei tutorial (su console mancano del tutto) e l’assenza di informazioni dettagliate su gran parte dell’equipaggiamento, su alcune meccaniche e sulla storia dei movimenti, delle manifestazioni e delle lotte (inquadrate solo brevemente nel loro contesto) rendono il gioco poco accessibile e lo allontanano da possibili sbocchi divulgativi.
Per quanto Riot: Civil Unrest sia un videogioco di strategia unico che cerca di raccontare in modo intelligente dieci anni di lotte, il suo spirito punk non riesce a trasformare queste ambizioni in un’opera compiuta e dalla voce chiara.

MARGINI VIDEOLUDICI

Colestia è impegnato da anni nella realizzazione di piccoli videogiochi che affrontano storia e società in ottica marxista e Crisis Theory è il miglior esempio del suo approccio. L’opera è un saggio interattivo sul funzionamento del capitalismo: chi gioca si mette nei panni di un’entità capace di manipolare ogni input del sistema economico, accrescendone le risorse iniziali (per esempio tramite politiche imperialiste), modificando la quantità di denaro spesa in forza lavoro e mezzi di produzione, cercando nuove risorse naturali da sfruttare e stimolando interventi statali. Crisis Theory dimostra (e mostra) che anche se l’intero sistema agisse in concerto non potrebbe evitare le sue crisi periodiche, perché le crisi fanno parte del capitalismo stesso. Crisis Theory può essere scaricato gratuitamente da https://colestia.itch.io/crisis-theory


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