L’emergenza della plastica che si deposita sui ghiacciai italiani 


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ROBERTO MOIOLA / ROBERT HARDING PREMIUM / ROBERTHARDING


Il ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio




La vera emergenza non è la plastica nei mari ma quella che si deposita sui ghiacciai, “silenziosi e bellissimi testimoni” della nostra sciagura ambientale. Guglielmina Diolaiuti, 46 anni, studia da anni per l’Università Statale di Milano quello che offusca il candore dei giganti di ghiaccio in tutto il mondo.

Fa parte della squadra di ricercatori che, nelle settimane scorse, ha identificato per la prima volta la contaminazione di microplastica su un ghiacciaio italiano, quello dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio. “Molti hanno detto che era abbastanza ovvio che ci fosse – spiega – ma andava verificato. La presenza di microplastiche è dovuta da una parte al fatto che i ghiacciai sono molto frequentati da alpinisti ed escursionisti, dall’altra perché sono trappole  per tutti gli inquinanti che viaggiano per via aerea. Sono sostanze molto volatili che si sollevano quando i rifiuti plastici non vengono correttamente smaltiti e sono trasportate dal vento fino a quando non c’è un fenomeno di condensazione, come in alta quota dove il vapore acqueo si condensa  e possiamo avere la formazione di pioggia e neve. I ghiacciai sono luoghi dove precipita la neve trasformata”.

Da dove arriva la plastica che invade i nostri mari

La plastica “di per sé non fa del male ai ghiacciai”, ma la portata della scoperta dei ricercatori è un’altra. “Quello che a me fa piacere – sottolinea la docente della Statale – è che sia emerso il tema all’opinione pubblica perché, sino ad ora, tutti progetti per togliere la plastica si concentravano sui mari. L’unico problema sembrava il turista che va al mare a creare il dramma gettando plastica in acqua. Invece non è così. L’acqua del mare è alimentata dai nostri fiumi che percorrono le pianure e le valli e arrivano dalle montagne: se vogliamo togliere la plastica dai mari dobbiamo avere dei progetti di ricerca e delle strategie che partono dalle montagne. Non possiamo pensare di lavorare solo lungo la costa. Questa è una miopia che si concretizza nel fatto che tutti i bandi per studiare la plastica sono sempre riservati a chi studia le coste. Anche a dei tavoli ministeriali, i progetti sulla plastica in montagna non erano stati recepiti come interessanti”.

In ogni in ogni chilogrammo di sedimento analizzato, i ricercatori hanno trovato 75 particelle di microplastica, und grado comparabile al grado di contaminazione in ambienti marini ed europei. “Questo vuol dire che il problema è globale e bisogna agire anche con strumenti legislativi, altrimenti ripuliamo le coste ma il problema non andrà mai via. Bisogna aiutare, oltre che educare,  il cittadino a smaltire in modo corretto la plastica. Io vorrei che in strada ci siano sempre cestini per smaltire la differenziata e una particolare attenzione va dedicata alle zone di montagna dove lo smaltimento è più costoso, bisogna dare più strumenti a chi lavora lì”.  Un aspetto importante è quello del vestiario tecnico indossato dagli appassionati delle cime.

“Non va demonizzato – avverte Diolaiuti – ci vuole però un corretto smaltimento, col riciclo corretto delle fibre tessili che altrimenti vanno in giro e se le mangiano i pesci e poi finiscono nella catena alimentare. La comunità scientifica sta cercando di capire se fa male ingerirle, intanto per il principio di precauzione bisogna però evitare che le microplastiche vadano in giro”. 

La professoressa, madre di tre figli, da qualche anno ha concentrato  la sua attenzione sui ghiacciai italiani: “Sono bellissimi e ci danno informazioni fondamentali sulla qualità dell’aria di casa nostra. Tutti pensiamo solo al cambiamento climatico, ma la qualità dell’aria e dell’acqua è un tema che può avere un effetto più immediato sulla salute. In questo senso, i ghiacciai non sono solo testimoni del cambiamento climatico. Una delle domande che ci deve guidare è: cosa daremo da mangiare ai nostri figli?”. 

 

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