Lega e M5s stanno pagando o no lo scontro con Bruxelles in termini di consenso?


Lega e M5s stanno pagando o no lo scontro con Bruxelles in termini di consenso?



Come previsto, la Commissione europea ha bocciato la manovra presentata dal Governo italiano. La cosa, quasi certamente, non avrà effetti diretti sulle opinioni degli italiani, ma servirà certamente ad alimentare uno stato di “scontro perpetuo” che la maggioranza targata M5s-Lega sta portando avanti sin dal momento del suo insediamento: prima (in estate) sulla questione migranti, oggi sulle questioni legate agli equilibri del bilancio pubblico.

Che si sia trattato di una scelta consapevole non è un mistero: le dichiarazioni dei due vicepremier Di Maio e Salvini non lasciano spazio a interpretazioni sull’argomento. I leader dei due partiti di maggioranza sono convinti che sia un loro dovere portare avanti la loro agenda anche a dispetto delle opinioni contrarie di tecnici, istituzioni sovranazionali e mercati finanziari. Il problema, come stiamo rilevando ormai da un po’ di tempo, è che questo clima di scontro comincia ad avere effetti negativi anche sui consensi verso lo stesso governo italiano.

E questa tendenza si conferma anche nella Supermedia dei sondaggi di questa settimana. Per la terza volta consecutiva, la Lega di Salvini rimane in testa come primo partito ma perde lo 0,4% rispetto alla settimana precedente. E anche questa volta il calo della Lega è accompagnato da una flessione – seppur meno netta – del Movimento 5 Stelle, che scende al 28,1%.

La particolarità di questa fase è che alla “sofferenza” dei due partiti che sostengono il Governo guidato da Giuseppe Conte non corrispondono chiari segnali di ripresa da parte dei partiti di opposizione. Nonostante le variazioni di segno positivo, sia il PD (16,6%) che Forza Italia (8,9%) restano molto lontani e non mostrano alcuna tendenza alla crescita. I consensi in uscita da Lega e M5S (per ora comunque molto pochi) sembrano distribuirsi in maniera tutto sommato uniforme, il che spiega anche perché i partiti minori, sia di destra (come Fratelli d’Italia al 3,6%) che di sinistra (come LeU e Potere al popolo – rispettivamente al 2,6 e 2,2 per cento) restano stabili o persino facciano registrare lievi variazioni al rialzo.

Le fibrillazioni sulla manovra economica (o meglio, sulla sua sostenibilità per le finanze pubbliche) hanno quindi avuto un effetto concreto e tangibile sul gradimento dei partiti di governo, che per ora continuano a far registrare livelli di consenso molto alti, non lontani dal 60%. I segnali d’allarme per l’esecutivo però non finiscono qui. Al di là delle posizioni politiche e delle intenzioni di voto, la maggioranza degli italiani non sottovaluta i rischi per l’economia italiana, anzi si dimostra piuttosto preoccupata: secondo un sondaggio Tecnè, il 53% teme che ci possa essere una crisi finanziaria, mentre solo il 31% è convinto che non ci saranno ricadute negative per i cittadini. Sempre secondo lo stesso istituto, il recente “caso” del condono fiscale che ha causato tensioni tra il Movimento 5 Stelle e la Lega ha portato il 35% degli italiani a credere che sia opportuna una separazione tra i due partiti e un ritorno anticipato alle elezioni, ma la maggioranza relativa (42%) degli intervistati continua invece a sostenere la necessità che questa alleanza concluda la legislatura tentando di realizzare il famoso “contratto di governo”.

Lo scontro con Bruxelles sembra allora finalizzato a tenere alta la tensione, e “compattare le truppe” quanto più è possibile contro un nemico esterno. Ma il primo “round ufficiale” sembra essersi risolto a favore della Commissione: almeno a giudicare dai dati di un sondaggio SWG, secondo cui la bocciatura della manovra italiana dimostra che quest’ultima sia inadeguata per il 46% degli italiani, a fronte di un 36% che ritiene il giudizio della Commissione non più credibile. In generale, nonostante un sentimento diffuso di insofferenza verso l’UE e le sue regole, l’Italia è tutt’altro che un paese compatto contro le istituzioni europee.

A dimostrarlo sarebbe l’Eurobarometro 2018, lo stesso studio citato da molti organi di stampa nell’ultima settimana per i risultati che mostrerebbero come l’Italia sia il Paese meno europeista tra i 28 (Regno Unito incluso) di cui attualmente l’Unione si compone. A far notizia è stato soprattutto il seguente grafico:

Da questi dati emerge che 1) l’Italia è effettivamente il Paese dove il senso di attaccamento all’UE è inferiore e che 2) meno della metà (44%) degli italiani oggi voterebbe per restare in Europa. Ma quello su cui si è messo poco l’accento è il fatto che 3) il numero di chi voterebbe per lasciare l’Unione Europea è ancora molto inferiore (24%) a chi voterebbe per rimanervi. Peraltro, la visione d’insieme di questi dati è utile anche per sfatare il mito secondo cui gli stati europei – o almeno una buona parte di essi – sarebbero spaccati tra chi vuole mettere in discussione l’UE e chi vuole mantenerla, dal momento che questi ultimi sono nettamente più numerosi pressoché ovunque.

A integrare questo dato è un’altra ricerca recente, specificamente italiana, realizzata il mese scorso dall’istituto Demos di Ilvo Diamanti. Secondo questa indagine è vero che i giudizi positivi verso l’Europa sono minoritari tra gli italiani (e che lo sono ancor di più tra gli elettori dei due partiti di governo, M5S e Lega). Ma è anche vero che negli ultimi due anni il dato è in netta crescita, nonostante l’ultima campagna elettorale – quella che ha portato al voto del 4 marzo – e i primi mesi della nuova legislatura abbiano visto l’Europa più come un bersaglio che come elemento di stabilità e fonte di fiducia.

In conclusione: la strada scelta dai partiti di maggioranza per portare avanti il proprio programma e tenere fede agli impegni presi con gli elettori sembra essere quantomeno divisiva, e non è assolutamente scontato che possa portare dei vantaggi in termini di consenso – nel breve come nel lungo periodo.

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Autore dell'articolo: admin