Lega e M5s hanno trovato l’accordo sui soldi ai partiti 


Lega e M5s hanno trovato l'accordo sui soldi ai partiti 

 (Agf) 


 Da sinistra, Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini 




Alla fine M5s e Lega raggiungono l’accordo sui soldi ai partiti. Ma i giallo-verdi tirano dritto sull’agente sotto copertura, e bocciano tutte le modifiche chieste dalle opposizioni. La maggioranza apre, invece, all’eliminazione dell’obbligo di arresto in flagranza per i corrotti, che viene eliminato dal disegno di legge ( da ora ddl), e media con le opposizioni sulle cause di non punibilità per escludere dai reati quello di traffico di influenze illecite.

A farsi promotore della trattativa è lo stesso Matteo Salvini – dopo sollecitazioni giunte da Pd e Forza Italia – presente in Aula quasi per l’intera giornata (mentre Luigi Di maio e Giuseppe Conte dopo alcune ore abbandonano Montecitorio). Dopo un’altra mattinata di tensioni sia interne alla maggioranza che con le opposizioni, in serata si velocizzano, con diversi emendamenti bocciati anche a scrutinio segreto senza nuovi incidenti, le votazioni sugli articoli del ddl. Una accelerazione che fa sperare i pentastellati in un via libera al ddl anticorruzione già domani, prima delle 17 quando il premier Giuseppe Conte riferirà alla Camera sulla bocciatura dell’Ue alla manovra e il rischio dell’avvio della procedura di infrazione.

Gli effetti del provvedimento ‘spazzacorrotti’ di Bonafede

Ma il prolungarsi dei tempi dell’esame del provvedimento soprannominato dal Guardasigilli Alfonso Bonafede “spazzacorrotti”, rischia di creare un effetto domino con conseguente possibile ingorgo parlamentare: potrebbe farne le spese lo stesso ddl anticorruzione, atteso al Senato, dove arriverà per essere modificato sulla norma sul peculato, per poi tornare alla Camera praticamente a ridosso delle feste natalizie. Ma anche il decreto Salvini inevitabilmente subisce un rinvio di alcuni giorni: da venerdì, quando sarebbe dovuto approdare in Aula, a lunedì prossimo, nel pieno della sessione di Bilancio, con la commissione, dove è avviato l’esame della manovra, che sarà costretta a un tour de force per rispettare la tempistica.

Sulla manovra ‘pesano’, tra l’altro, una marea di emendamenti. Per ora sul decreto legge Sicurezza non è previsto il voto di fiducia, ma certo i 5 stelle dovranno serrare le fila in vista delle votazioni, dopo le criticità espresse da una ventina di deputati. Tempi stretti, insomma, e incroci sul filo del calendario tra i due rami del Parlamento, con il decreto fiscale già slittato e che ora sarà in Aula a palazzo Madama in un’unica giornata. 

La quadra Lega-M5s trovata sulle norme sui partiti 

Dopo giorni di tensioni e intese saltate all’ultimo minuto, i due alleati di governo trovano la quadra sulle norme sui partiti, portando a casa ognuno un risultato che contribuisce a rasserenare il clima interno all’esecutivo: i 5 stelle incassano la soglia di 500 euro oltre la quale è obbligatorio rendere pubblico il nome del donatore, e la Lega ottiene che le feste di partito siano ‘salve’, ovvero il non obbligo di pubblicità, ma solo l’obbligo di rilasciare una ricevuta, su tutte quelle attività “a contenuto non commerciale, professionale, o di lavoro autonomo di sostegno volontario all’organizzazione e alle iniziative del partito o del movimento politico”.

Maggioranza compatta anche su altre norme ‘delicatè: confermata la figura dell’agente sotto copertura, mentre resta in sospeso l’articolo 1, vero cuore dell’intero provvedimento, con il Daspo a vita per i corrotti, la riforma della prescrizione, la custodia giudiziale dei beni sequestrati.

Resta da trovare l’intesa sulle cause di non punibilità, ma fonti M5s spiegano che non dovrebbero esserci problemi. E che il clima si vada via via raffreddando lo dimostra la decisione di Forza Italia di ritirare due emendamenti considerati a ‘rischio’ non solo perchè votabili a scrutinio segreto, ma anche perchè riguardavano modifiche alla legge Severino, che avrebbero potuto ‘tentare’ i leghisti.

La ritrovata compattezza della maggioranza, almeno in Aula nelle votazioni, è testimoniata anche dal fronte comune per respingere i tentativi delle opposizioni di collegare, nero su bianco, l’entrata in vigore della riforma della prescrizione alla piu’ complessiva riforma del processo penale. Collegamento fatto solo a parole dagli alleati di governo, ma mai inserito nel provvedimento, che si limita a rinviare al 2020 l’entrata in vigore dello stop della prescrizione dopo il primo grado di giudizio. 

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Autore dell'articolo: admin