Le mani sulla Rai, dove il cambiamento è un miraggio


Il puzzle della lottizzazione grillo-leghista non è completo, ma il disegno che s’intravede è nitido: nihil sub sole novi. Sulla Rai nel contratto di governo c’erano poche righe, comunque sufficienti a dare un indirizzo che prevedeva «l’eliminazione» della lottizzazione.

Le poche righe recitavano così: «Per quanto riguarda la gestione del servizio pubblico radiotelevisivo intendiamo adottare linee guida di gestione improntate alla maggiore trasparenza, all’eliminazione della lottizzazione politica, e alla promozione della meritocrazia nonché alla valorizzazione delle risorse professionali di cui l’azienda già dispone». Benissimo, ma per strada queste linee, già di per sé sintatticamente un pochino involute, si devono essere alquanto ingarbugliate per poter davvero fungere da ‘guida’ alla compagine gialloverde, che dei proponimenti di maggio ha fatto salvo solo l’ultimo, la valorizzazione delle risorse interne. Perdendosi invece indecorosamente tutti gli altri. Di trasparenza, infatti, se n’è vista ben poca, di lottizzazione politica ce n’è stata come nel passato e in modi a volte anche meno eleganti, infine la meritocrazia è stata utilizzata come ai tempi della prima repubblica quando in mezzo ai prescelti pro quota capitava che ci fosse qualcuno bravo e competente.

Se poi pensiamo al tira e molla di una trattativa tra le forze di governo andata oltre ogni limite, preceduta da scelte per il Cda anch’esse al di sotto di qualsiasi ipotesi di cambiamento; alle modalità del tutto inedite per l’ elezione di un Presidente, che non solo ha il figlio nello staff di Salvini, ma è stato bocciato dalla Vigilanza che poi lo ha rivotato con metodo quanto meno discutibile; se pensiamo, ancora, alla pervicacia con cui il leader della Lega ha insistito su Foa, all’impasse infinito del braccio di ferro sul Tg1, al ruolo del dg Salini immobilizzato in un umiliante compito notarile, non resta che sottolineare come alla Rai il cambiamento, quello vero, risulti ancora una volta un miraggio.

Il governo Conte-Salvini-Di Maio non è che l’ultima incarnazione di questa inesorabile e ferrea legge che detta storicamente le vicende di viale Mazzini. Con l’aggravante, che fu anche di Renzi nonché di qualche suo predecessore (ad eccezione, è giusto dirlo, di Bersani che rifiutò nel 2012 di fare nomi di partito per il Cda dell’azienda), di una assordante distonia tra la chiacchiera debordante e il nulla di fatto della pratica quotidiana.

Resta in ultimo da capire quale sia in prospettiva il ruolo assegnato ad un direttore generale che finora non ha toccato palla.

Escluso in sostanza da una partita giocata in solitudine da Salvini e Di Maio, sarà interessante seguire le sue mosse in vista delle nomine alle reti, anch’esse teoricamente, come quelle dei telegiornali, di sua competenza. Se Salvini l’avrà vinta anche su Casimiro Lieto, l’autore della Prova del cuoco amico della Isoardi che il leader della Lega vorrebbe promuovere alla guida di Rai2, allora la pietanza approntata dal nuovo potere per la principale azienda culturale del paese, già oggi poco appetibile, risulterà veramente immangiabile.


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Autore dell'articolo: admin