Le 4 tappe che hanno segnato il declino della Gran Bretagna come Grande Potenza


Le 4 tappe che hanno segnato il declino della Gran Bretagna come Grande Potenza



Scendere, gradino dopo gradino, dal rango di prima potenza mondiale a quello di periferia di un Continente che ti detta le regole. Eppure la Gran Bretagna, meno di cento anni fa, dominava le onde degli oceani e le regole, all’Europa, le dettava lei: forte di un Impero esteso come nessun altro nella Storia e di una superiorità economica indiscutibile. Per non parlare di quella culturale.

Poi, dagli anni Trenta in poi, tutto è cambiato. Un pezzo alla volta, in quattro mosse. Quattro disastri poco raccontati che hanno fatto di Londra e dintorni inizialmente un primus inter pares, ed ora una vecchia signora che rischia di pagare a carissimo prezzo un’estrema, inspiegabile scelta di venata di supponenza. Arsenico e vecchi merletti.

Non c’è più oro in cassaforte

La prima mossa autolesionista risale al periodo 1925-1931. Il Paese è uscito vincitore dalla Prima Guerra Mondiale, il ritiro isolazionista degli americani sembra escogitato apposta per lasciare alla Gran Bretagna un ruolo di prima fila che forse già non le spetta più. La Germania è rappresentata dalla debolissima Repubblica di Weimar, la Francia ancora deve cicatrizzare le ferite del conflitto, in Italia al potere c’è un personaggio molto peculiare che un po’ fa il gradasso, un po’ sta attento a non mettersi contro chi conta davvero. I britannici decidono che è ormai giunto il momento di ristabilire la grandezza nazionale imponendo a se stessi, e quindi anche agli altri, la convertibilità in oro della sterlina.

La decisione, nei progetti di Londra, avrebbe ridato alla divisa dell’Impero il ruolo incontrastato di moneta di scambio nelle transazioni internazionali (il dollaro iniziava a farsi sentire), e alla Banca d’Inghilterra di potere di legare e di sciogliere nelle economie delle altre nazioni. Fu un disastro: deflazione, contrazione dei consumi, economia inceppata nonostante l’avvertimento lucido quanto inascoltato di una Cassandra chiamata John Maynard Keynes. Nel 1931, di fronte alla caduta del governo laburista e ad una vera e propria azione di ammutinamento di parte della flotta, si decise il passo indietro. Ma intanto il danno era stato fatto, e non solo per le Isole Britanniche la cui anemica crescita economica fece incancrenire la Grande Depressione e, in Germania, aprì la strada al nazismo.

A Suez affondano i sogni di gloria

La vera fine dell’Impero Britannico va in scena sulle sabbie del deserto egiziano nel 1956. È il 2 novembre di un anno che non a caso verrà definito indimenticabile. Per la prima volta viene messo in discussione un altro impero, quello sovietico: a Budapest un uomo chiamato Imre Nagy – un comunista che credeva nel comunismo –  cerca per la prima volta la via nazionale alla società senza classi. Forte dell’appoggio della società civile ungherese, avvia una serie di riforme in senso liberale. Quando però qualcuno chiede l’uscita dal Patto di Varsavia arrivano i carri armati di Mosca.

Nel momento più acuto della crisi, mentre i cingolati cannoneggiano il Parlamento di Budapest,  a sorpresa Gran Bretagna e Francia (con l’aiuto isreliano) occupano militarmente il Canale di Suez, vale a dire il punto nevralgico delle rotte petrolifere mondiali. Il leader egiziano filosovietico Nasser poco tempo prima lo aveva sottratto al controllo di Londra e Parigi, nazionalizzandolo. Non si trattava di recuperare le royalties delle petroliere, quanto semmai di tornare a mettere gli scarponi sulle sabbie mediorientali, dopo l’uscita di scena imposta dagli esiti della Seconda Guerra Mondiale.

Divise su tutto, ma non sulla necessità di raffreddare una crisi che avrebbe portato ad una guerra atomica, Washington e Mosca (ma soprattutto la prima) impongono ai rispettivi alleati di tornare allo status quo ante. Nasser mantiene comunque il controllo del Canale. Chi ci ha rimesso sono Parigi e Londra: ora il loro declassamento a medie potenze è palmare.

La Troika ancora non c’era, ma il Fondo Monetario Internazionale intervenne lo stesso

L’onta che tutti vorrebbero evitare venne viene un giorno di quarant’anni fa. Londra come Atene, La Gran Bretagna come la Grecia. Il rischio di bancarotta sempre più concreto, arrivo del controllo finanziario dall’estero. Cos’era successo? Semplice: il governo laburista, erede di una lunga fase di espansione economica grazie al rispetto quasi burocratico dei dettami del keynesismo, si rifiutava ostinatamente di venire a patti con la realtà, e cioè con il fatto che insistere sulla spesa pubblica collegando poi la crescita dei salari al tasso d’inflazione (quella che in Italia verrà chiamata la “scala mobile” e che sarà abolita con un referendum) generava iperinflazione e blocco dell’economia. Così nel 1976, come un erede scapestrato che si rivolge agli strozzini per un prestito “a babbo morto”, Londra dovette piegare il collo e chiedere umilmente al Fondo Monetario Internazionale un prestito per estinguere il debito. Vale a dire: a quell’organismo finanziario mondiale che trent’anni prima era stato pensato da britannici ed americani per aiutare le economie in difficoltà dei paesi un gradino sotto a loro, come la Francia o l’Italia.

Il Regno Unito aveva vissuto tre anni prima l’esperienza di dover chiedere l’ammissione ad un club di cui non era fondatrice né presidente: La Comunità Economica Europea. Il nuovo colpo alle sue casse ed al suo orgoglio non sarebbe rimasto privo di conseguenze. Tempo due anni e al potere sarebbe giunta al potere la ringhiosa figlia di un droghiere chiamata Margaret Thatcher. E forse la Brexit iniziò già nel 1978.

Le 4 tappe che hanno segnato il declino della Gran Bretagna come Grande Potenza

Margaret Thatcher e Ronald Reagan (Afp) 

Incontrarsi e dirsi addio

Quarto in ordine di tempo, la Brexit si sta rivelando essere forse l’episodio più doloroso e più gravido di conseguenze per il Regno Unito. Finora la permanenza in quella che nel frattempo è divenuta l’Unione Europea è stata vissuta con un misto di insofferenza e mercantilismo. Anche nella notte in cui vennero firmati gli Accordi di Maastricht al governo britannico dovette essere concesso il diritto di “opting out”, di tirarsi fuori dalla parte del Trattato che non era considerata di proprio gradimento. (Nella fattispecie: il governo conservatore accettò di firmare dopo che aveva potuto tirarsi fuori dal modello di sviluppo sociale che l’Europa intendeva darsi).

L’“Europa alla carta” era un principio comunque già introdotto dalla Signora Thatcher, protagonista anni prima di una lunga battaglia per “riavere indietro” i soldi dei contributi comunitari versati da Londra a Bruxelles. Sovranismo ante litteram.

Adesso, con la conclusione poco gloriosa della vicenda Brexit, la Gran Bretagna deve fare i conti con una serie di considerazioni fattuali. La prima: è lei che ha bisogno dell’Europa, e non viceversa. La seconda: da questa vicenda l’Ue esce rafforzata, e Londra ha di fronte a sé un continente unito che lei non riesce a controllare (in altri termini: esattamente ciò che essa ha tentato di impedire dai tempi di Napoleone in poi). La terza: è fallito il progetto di ravvivare il vecchio Commonwealth, che nelle speranze britanniche avrebbe dovuto sostituire l’Unione come area di libero scambio per le merci e i servizi Made in Uk. Quarta considerazione: si è dimostrata inconsistente l’idea che Londra potesse avere o mantenere, da sola, una “relazione particolare” con gli Stati Uniti d’America. Persino Donald Trump, che si era schierato apertamente per il Leave e vanta indubbie affinità culturali con i conservatori britannici, non ha dato particolari aperture di credito a Taresa May in questi ultimi due anni. Downing Street, insomma, oggi appare più piccola e più sola.

Rischio dissoluzione

Ma a rendere la crisi di questi giorni ben più profonda di quelle precedenti è il fatto che sta implodendo il sistema politico britannico (i due principali partiti incapaci di dare una risposta all’emergenza, le istituzioni secolari che si dimostrano inadeguate ai tempi nuovi). E addirittura è a rischio la tenuta stessa dell’unità nazionale: Scozia e Irlanda del Nord hanno votato convintamente, nel 2016, per restare in Europa, e non sembrano disposte a mollare Bruxelles per continuare a stare con Londra.

Diceva Machiavelli: se non puoi uccidere il tuo avversario, abbraccialo. Londra lo ha fatto nel 1973, ma poi ha preferito abbandonarlo. E si sta scoprendo pericolosamente molto più debole di prima.

 

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Autore dell'articolo: admin