La tormentata storia de L’Unità, che ora Santoro vuole comprare


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Foto:Cristiano Minichiello / AGF 


Michele Santoro (AGF) 




L’Unità potrebbe conoscere la terza resurrezione editoriale in 18 tormentati anni. Michele Santoro ha rivelato in una intervista al Corriere della Sera di avere presentato una offerta per acquistare il giornale che fu storico organo del Partito Comunista Italiano. “Ho presentato un’offerta al proprietario, il costruttore Massimo Pessina“, ha dichiarato il giornalista. Parole accolte con speranza dal Comitato di Redazione (Cdr) che rappresenta i giornalisti e i poligrafici della testata, in cassa integrazione dal 3 giugno 2017, quando il quotidiano fondato da Antonio Gramsci interruppe le pubblicazioni per la terza volta a causa dell’enorme mole di debiti, accompagnata a una continua emorragia di lettori e a un rapporto sempre più complesso con il partito di riferimento, il Pd. 

Tre chiusure in 17 anni

L’Unità, fondata da Gramsci nel 1924, ha avuto una vita editoriale travagliata sin dal crollo di vendite avvenuto alla fine degli anni ’90 (era a 60 mila copie dichiarate nel 1998, all’epoca della direzione di Paolo Gambescia, numeri per i quali oggi molti direttori – va detto – metterebbero la firma), che condusse il 24 agosto 2000 alla prima chiusura. L’assenza dalle edicole sarebbe durata poco. Un gruppo di imprenditori raccolto sotto la sigla Nuova Iniziativa Editoriale riporta in vita il giornale che fu organo del Partito Comunista Italiano sotto la direzione di Furio Colombo

A causa di dissidi con l’allora leadership dei Democratici di Sinistra, Colombo è costretto a lasciare le redini della testata al suo vice, Antonio Padellaro, il quale lascerà a sua volta la direzione a Concita De Gregorio nell’agosto 2008, dopo che il quotidiano era stato rilevato dall’allora presidente della Regione Sardegna Renato Soru. La nuova Unità sceglie un formato tabloid e adotta una linea meno ingessata, con più spazio dedicato a cultura e spettacolo ma, l’anno dopo, molti lettori si sarebbero spostati verso il neonato Fatto Quotidiano, diretto dallo stesso Padellaro, che aveva portato con sé molte firme illustri della sua gestione. 

Nel luglio 2011 De Gregorio torna a Repubblica e viene sostituita da Claudio Sardo. L’anno dopo Soru, i cui rapporti con il Pd si sono nel frattempo deteriorati, scende dal 98% al 5% dell’azionariato. La mancanza di un azionista così forte fa esplodere il problema debitorio, con un rosso pari ormai a 125 milioni di euro. Il giornale, ora diretto da Luca Landò, termina le pubblicazioni il 1 agosto 2014. 

La seconda resurrezione avviene nel giugno 2015. Questa volta a metterci i soldi è anche il Pd, tramite la fondazione Eyu che detiene oltre il 19%. Ma ormai quel popolo di sinistra a cui l’Unità si rivolgeva non si sa più bene dove sia finito. C’è chi guarda al renzismo e chi si è fatto sedurre dal M5s. Quel che è certo è che compra Repubblica o Il Fatto, non più la vecchia gloriosa testata, ormai scesa nettamente sotto le 10 mila copie.

Un ultimo valzer di direttori coinvolge Erasmo D’Angelis, Marco Bucciantini e perfino il vignettista Sergio Staino. Ma la crisi è ormai inarrestabile ed è insufficiente la ricapitalizzazione effettuata dal nuovo azionista, il costruttore Massimo Pessina entrato con l’80% delle azioni, per impedire la terza chiusura, avvenuta il 30 giugno 2017. La storia de L’Unità finisce qua. Per ora. Perché il Cdr non vuole credere che quelle di Santoro possano essere parole buttate a caso.

L’appello del Cdr a Zingaretti

“È una notizia. Una notizia importante, perché riguarda il futuro di una testata storica, non solo per la sinistra ma per l’informazione italiana, e dei lavoratori, giornalisti e poligrafici, che ad essa sono ancora legati”, sottolinea il Cdr in una nota, “riportare in edicola il giornale fondato da Antonio Gramsci è un impegno che da due anni le organizzazioni sindacali – l’Fnsi, le associazioni territoriali, il Cdr – stanno portando avanti, con la consapevolezza che questa vicenda va ben oltre il pur importante ambito sindacale, perché essa parla ad un mondo della sinistra, una sinistra plurale, al mondo del lavoro, alle sue organizzazioni rappresentative, che nel ricostruire un proprio radicamento, per innovare la propria identità, per far vivere valori e principi che ne sono a fondamento, ha bisogno di una voce autorevole come per oltre 90 anni è stata l’Unità e come potrebbe tornare ad esserlo”.

“Lo abbiamo detto e scritto innumerevoli volte. E torniamo oggi a ribadirlo. Oggi che siamo giunti ad una stretta decisiva nel confronto con l’attuale proprietà, l’Unità srl. Oggi che l’affermazione di Michele Santoro riaccende i riflettori mediatici su l’Unità, in termini propositivi, non da gossip alla Lele Mora, L’Unità è un patrimonio della sinistra, e di una comunità che anche in questi durissimi anni, non ci ha fatto mai mancare solidarietà e sostegno per una battaglia che sentiva propria”.

“L’Unità, il suo futuro, è un fatto politico, prim’ancora che industriale. E come tale interroga i protagonisti, a sinistra, della politica, come il segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti. Il 30 di giugno, scadranno i due anni di Cassa integrazione”, conclude la nota, “dal giorno dopo, per giornalisti e poligrafici de l’Unità è disoccupazione. Stiamo battendoci per salvare quanti più possibili posti di lavoro e garantire i più solidi ammortizzatori sociali. Noi faremo la nostra parte. Ma sappiamo che il futuro de L’Unità non dipende solo e tanto da noi. Michele Santoro ha dichiarato un impegno. Non può cadere nel vuoto”.

 

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