La strategia di Zingaretti per riconquistare gli elettori delusi del Pd 



Mettere mano all’organizzazione del Pd, portare avanti il lavoro per costruire alleanze larghe in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, intercettare lo scontento dei “traditi” da Salvini e dal M5s. Sono gli obiettivi fissati da Nicola Zingaretti, durante la sua prima relazione da segretario alla direzione nazionale.

Una relazione approvata con la sola astensione dei 17 membri della mozione Giachetti. Un appuntamento convocato proprio per ricevere il mandato dell’organo di indirizzo politico del partito, quale nuovo segretario, a perseguire questi obiettivi.

La consapevolezza da cui muove Zingaretti è che, a fronte di un governo che sta “portando il Paese al disastro”, trascinato “dall’aggressività di Salvini”, occorre “scatenare una reazione collegiale”, quindi unitaria.

È proprio sull’unità necessaria ad affrontare “questo momento storico drammatico non solo per noi, ma per il Paese” che Zingaretti pone l’accento richiamando tutti i dirigenti del partito alla “responsabilità”.

Tre giorni di mobilitazione

Un richiamo che segue alle critiche, più o meno velate, arrivate dalla minoranza renziana dopo il risultato delle elezioni regionali in Basilicata.

In particolare Luciano Nobili e Anna Ascani hanno dato voce al sentire di molti della vecchia guardia renziana: non c’è da festeggiare l’ennesimo secondo posto, dicono.

Zingaretti conferma che, da parte sua, non c’è alcun “tentativo consolatorio”, ma che certo si tratta di un risultato maturato da una situazione pregressa.

A riguardo il segretario cita la difficoltà di mettere assieme un sistema di alleanze con il Pd come perno.

Un tentativo risultato “impossibile per le divisioni” che hanno caratterizzato il lavoro del partito in Basilicata, dove i dem non sono riusciti a presentare una lista con il proprio simbolo, ma sono confluiti con i loro candidati, in quattro liste associate riuscendo comunque a eleggere 5 consiglieri (rispetto ai 6 espressi dalla Lega).

Ora, per le amministrative che dovranno rinnovare 3.860 consigli e giunte comunali, occorre uno sforzo di tutto il gruppo dirigente.

Il segretario pensa ad una grande assemblea con tutti i candidati nei comuni da accompagnare a tre giorni di mobilitazione nei territori, dal 5 al 7 aprile, per incontrare i corpi sociali del Paese: sindacati, associazioni datoriali, terzo settore.

Si tratta di Agenda 2030, un modo per ‘disegnare’ l’Italia post populista e post sovranista di cui il Pd si candida ad essere protagonista: per le alleanze del Pd alle amministrative “ci sono soggetti politici come +Europa, Italia in Comune, Democrazia Solidale e Articolo 1”.

Ma “dobbiamo fare vivere dentro questa spinta di reazione a questo governo anche i movimenti che son scesi in piazza in questi mesi”.

“Pensiamo a una grande assemblea nazionale di tutte e tutti i candidati sindaci di tutti i 3.863 comuni che andranno al voto. Non credo che dobbiamo muoverci dentro schemi precostituiti, ma spingere dentro aggregazioni di sistemi nuovi”.

Quella delle alleanze è la condizione necessaria perché il Pd possa essere, non solo opposizione al governo gialloverde, ma soprattutto un’alternativa credibile a Salvini e Di Maio.

“Quando dico che siamo alternativa voglio dire che non siamo solo opposizione”, spiega Zingaretti. La maggioranza di governo, “spera che noi rimaniamo opposizione, ma la nostra forza in questo tornante della storia è quella, sì di fare opposizione, ma soprattutto di essere promotori di politiche economiche, di sviluppo, crescita e con una credibilità che sposti consenso”.

“Dobbiamo mettere in campo un’idea di Paese, e alleanze credibili che diano a quei contenuti le gambe per camminare, altrimenti diventano testimonianza”, aggiunge Zingaretti. “Per la storia che abbiamo dobbiamo mettere in conto che ci servono dei ponti per convincere le persone”. “Costruiamo un processo politico che ci veda protagonisti e che metta in campo quelle opportunità che disgregano quel blocco lì”.

Più Europa = meno alleanze quindi più Calenda

Diverso, e in qualche modo più complicato, lo schema per le europee. Il Pd non è riuscito a convincere +Europa dell’opportunità di correre insieme e, dunque, il lavoro da fare è valorizzare il manifesto europeista di Calenda: “Dobbiamo andare avanti con lo spirito che Siamo Europei ha indicato. Serve una lista che si muove con questa missione, con un programma di grande rinnovamento e credo sia giusto che nel simbolo sia presente anche la dicitura Siamo Europei”.

La notte del 26 maggio, avverte il segretario, “il mondo guarderà la nostra colonnina, dove si piazza e dove arriva. Questo è il punto che cambia la storia”.

Infine, il tema del simbolo: “Non sarà un altro simbolo, ma il simbolo del Pd con il riferimento a S&D e con la scritta Siamo Europei: una idea di Europa che punta a rifondare”.

“Dobbiamo provarci con un radicamento ai valori e alle persone. Stiamo parlando con tutte le forze che si rifanno a questo processo politico”.

In assenza di altre liste, l’intento del segretario è quello di aprire alla società, ai movimenti, all’associazionismo. Il lavoro sulle liste si presenta quanto mai complicato: “Dovremo avere le liste più competitive possibili”.

“Ci concentriamo sulle teste di lista ma poi, per garantire anche gli equilibri regionali, dovremo mettere alla prova i territori”.

Parole accolte con favore dalla minoranza renziana, con la solita postilla: “Accogliamo figure che vanno oltre il Pd e quanti si riconoscono nel socialismo europeo e si impegnano a iscriversi al gruppo dei Socialisti e Democratici”.

Evitando però “un ritorno di protagonismo del passato”, sottolinea Gianni Dal Moro riferendosi ai fuoriusciti di Articolo 1 e non solo.


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Autore dell'articolo: admin