La Stasi spiava anche chi nella Germania Est giocava ai videogame 


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Nella Ddr anche chi giocava ai videogame era nel mirino dello spionaggio di Stato. Lo rivela, con un ampio servizio, la Zeit online, che ha avuto accesso alle oltre seicento pagine del dossier – finora inedito – che la famigerata polizia segreta dell’ex Germania dell’Est aveva dedicato a quei “gamers” delle origini e ai club dedicati ai videogame che stavano nascendo nel regime di Honecker.

Quel che emerge è la straordinaria diffidenza che lo “Stato dei lavoratori e dei contadini” riservava, alla fine degli anni Ottanta, al mondo dei computer, tra giochi messi all’indice, decine di giovani sotto osservazione, dettagliati resoconti delle serate passate alla consolle. Nelle carte, il racconto degli informatori dell’Msf (ministero per la sicurezza dello Stato) che si erano infiltrati nei vari “Computerclub” che erano sorti in tutto il Paese in quello scorcio di storia che ha preceduto la caduta del Muro di Berlino. In uno in particolare poteva vantare un numero ragguardevole di Commodore, che nel mondo erano in quegli anni il modello di Pc più venduti, ma che nella Ddr erano un’assoluta rarità.

Nella Casa dei giovani talenti

I rapporti degli agenti della Stasi erano come sempre accuratissimi: in una riunione del 6 gennaio 1988 presso la “Casa dei giovani talenti” (questo il nome ufficiale), si contavano “tra le 70 e le 80 persone”, la cui età media era di poco superiore ai vent’anni, anche se non mancavano ragazzi più giovani, intorno ai 16 anni. L’estensore del rapporto nota “di non venire accolto con diffidenza” dagli altri membri del club. Dopodiché sono elencati l’esatto numero dei computer presenti e persino le ricevute dei negozi dove i pc erano stati acquistati.

“I vertici dello Stato, che nel 1977 con un’apposita delibera del comitato centrale della Sed, il partito socialista unitario, avevano deciso che l’informatica doveva essere un’industria chiave del proprio sviluppo, voleva sapere nel dettaglio cosa la gente combinava con i computer”, scrive il sito del giornale tedesco. I reporter della Zeit sono riusciti anche a contattare uno dei giocatori di allora, Stefan Paubel, fondatore del più frequentato dei club di Berlino Est: “Mi era chiaro già a quei tempi che la Stasi ci seguiva, ma non sapevo con quanta precisione”. Paubel racconta anche che una volta fu convocato da un uomo sconosciuto che pretese che rivelasse la lista precisa dei membri del club. Il giovane si rifiutò, e stranamente non vi furono conseguenze. Anche se, scrive la Zeit, “come si è capito adesso, la Stasi in realtà già conosceva la lista esatta dei membri”. Nomi, numeri di telefono e indirizzi: negli atti dell’Mfs c’è tutto.

Una “potenziale pericolosità”

La Stasi si interessò da subito al mondo dei Pc: in una nota del 1985 l’estensore del rapporto precisa con una un certo disappunto che “le persone comprese in questa associazione definiscono loro stesse ‘freak'”. In generale, quel che interessava moltissimo gli informatori della polizia segreta costruita pezzo per pezzo da Erich Mielke era soprattutto il software dei videogame. Dopodiché, oltre ad una serie di annotazioni di tipo tecnico, gli agenti non mancavano di sottolineare, nel caratteristico stile burocratico delle rapporti di polizia, la potenziale pericolosità degli appassionati di computer: “Dato che nei club si trattengono anche membri che hanno dimostrato di avere un radicato atteggiamento negativo nei confronti dell’ordine sociale dello Stato socialista, vi è il potenziale pericolo di un’influenza negativa degli stessi club”.

Non solo: si mette in rilievo che non meglio specificati “esponenti di realta’ politiche sotterranee utilizzano sempre più spesso computer che arrivano per esempio attraverso ambienti ecclesiastici”. Alcuni dei soggetti sotto osservazione addirittura “praticano un esteso commercio di software e di hardware, in molti casi consistenti in copie provenienti dall’area economica non-socialista” (l’occidente, per intendersi). Una delle preoccupazioni maggiori era che i dischetti importati dall’Ovest potessero trasmettere dei virus potenzialmente dannosi per i computer delle autorità della Ddr. Ovvio che prioritario per gli agenti fosse riconoscere per tempo “attività negative e ostile attraverso la tecnica dei computer”.

I giochi proibiti

Le autorità della Ddr avevano messo all’indice tutta una serie di giochi, tra cui “Commando”, “Rambo” nonché un gioco pericolosissimo chiamato “Cremlino”: prodotto da una piccola società elvetica, qui il giocatore entrava nella parte di un politico sovietico che cerca di arrivare nientemeno alla conquista del vertice del partito. Evidente, come scriveva la Stasi, che “a causa delle sue espressioni antisovietiche il gioco contraddica gli interessi della Ddr”. Ma il più famigerato di tutti, presso le autorità, era il leggendario “Raid over Moscow”, datato 1986, nel quale i giocatori devono distruggere nientemeno che l’arsenale atomico dell’Unione Sovietica. La Zeit online ha contattato anche un altro giovane di allora, Timo Ullmann: “Sarebbe stato veramente un grosso guaio se le autorità fossero venute a sapere che avevo una copia di quel gioco. Ma l’amore per i videogame evidentemente era più forte della paura di finire nelle grinfie della Stasi”.

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Autore dell'articolo: admin