La spia che beffò gli Ayatollah ma non ingannò la morte


tony mendez argo

Leigh Vogel / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP


 Tony Mendez di fronte al manifesto di ‘Argo’, il film ispirato alla sua impresa




Di sé diceva di essere un romantico. Come tutte le spie, sosteneva, perché possono anche aver salvato il mondo, ma non potranno mai raccontarlo. Lui il mondo forse non l’aveva slavato, ma di sicuro aveva portato a casa sei diplomatici americani facendoli sgattaiolare tra le maglie dei servizi di sicurezza iraniani nel bel mezzo delle crisi degli ostaggi.

Antonio Mendez, detto “Tony”, si è spento nella sua casa di Frederick, nel Maryland, all’età di 78 anni, a causa di complicazioni dovute al morbo di Parkinson. La nota diffusa dalla famiglia dice che Tony “E’ morto pensando di aver completato le storie che voleva raccontare”.

Che cosa faceva la spia Tony Mendez

Già perché è questo che faceva Antonio Mendez da quando aveva concluso la sua quasi trentennale attività di spia in forza alla CIA. Non era un agente segreto qualunque Tony, ma uno il cui lavoro ha contribuito a disegnare i contorni della figura leggendaria degli 007; lavoro che poi c’ha tenuto a descrivere nei suoi libri, la sua seconda vita: tre in tutto, più uno, l’ultimo, che sarà pubblicato postumo, “The Moscow Rules: The Secret CIA Tactics that Helped America Win the Cold War”.

Il più importante sicuramente è il primo, pubblicato nel 2000, intitolato “The Master of Disguise: My Secret Life in the CIA”, il racconto di una delle storie di spionaggio più avvincenti, cui media all’epoca diedero il nome di “Canadian Caper”.

Il momento più difficile per gli Usa

Siamo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, a Teheran, dove è in atto la rivoluzione iraniana; centinaia di militanti assaltano l’ambasciata americana trattenendo circa cinquanta ostaggi, come ricorda La Repubblica, “pretendono l’estradizione di Mohammad Reza Pahlavi, lo scià in esilio negli Stati Uniti, per poterlo processare in patria”.

Gli Stati Uniti provano a resistere, ma il coltello dalla parte del manico ce l’hanno i rapitori e anche l’operazione Eagle Claw, tentativo di risolvere la situazione mostrando i muscoli, si rivela vana. Ma parallelamente a questo disastro c’è la storia di sei dipendenti dell’ambasciata statunitense che sono sfuggiti miracolosamente all’attacco scappando per le vie di Teheran e si sono nascosti in casa di Ken Taylor, ambasciatore canadese. Sono al sicuro si, ma non può durare, i servizi segreti americani lo sanno bene; devono necessariamente lasciare il Paese prima di essere scovati.

La trama hollywoodiana pensata da Mendez

È qui che entra in gioco l’agente della CIA Tony Mendez, che viene illuminato da un’idea letteralmente hollywoodiana. Tony, insieme ad un uomo conosciuto come “Julio”, raggiunge i sei diplomatici recapitandogli documenti falsi gentilmente concessi dal governo canadese e una volta lì riesce a farli passare per una troupe cinematografica che si trova a Teheran per dei sopralluoghi in vista delle riprese di un film di fantascienza intitolato “Argo”.

Copione, location, attrezzature, niente è lasciato al caso. Il piano riesce alla perfezione, i sei diplomatici lasciano l’Iran a bordo di un volo civile. L’operazione passa alla storia (seppur segreta fino a pochi anni fa) e gli vale la Stella al Valore dell’Intelligence nonché la nomina ufficiale nella lista dei migliori 50 agenti segreti di sempre.

Una storia, un film, tre Oscar

Un racconto estremamente avvincente, degno di una spy story cinematografica, è questo quello che deve aver pensato Ben Affleck, che infatti decide, dopo la lettura del romanzo di Mendez, di trasformarlo in un film. Ottima idea, la pellicola, intitolata ovviamente “Argo”, fuori nelle sale americane nel 2012, si aggiudica sette nomination agli Oscar portandone poi a casa tre: miglior montaggio, migliore sceneggiatura non originale e, soprattutto, quella più ambita di miglior film.

Anche per questo Ben Affleck, che in “Argo” oltre a curare la regia interpreta proprio Tony Mendez, è stato tra i primi a volergli rendere omaggio dal suo account Twitter, scrivendolo come “un eroe americano. Un uomo di straordinaria grazia, decenza, umiltà e gentilezza. Non ha mai cercato i riflettori per le sue azioni, ha semplicemente cercato di servire il suo Paese. Sono così orgoglioso di aver lavorato per lui e di aver raccontato una delle sue storie”.

Dopo aver beffato gli ayatollah gli sarebbe piaciuto sfuggire allo sguardo della nera signora, magari indossando uno di quei travestimenti in cui era diventato un maestro e di cui, finita la Guerra Fredda, in un’epoca in cui l’intelligence elettronica pesa più di quella umana, pensava non ci fosse più bisogno. 

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Autore dell'articolo: admin