La sclerosi multipla mi ha aiutato a eliminare la «paccottiglia» dalla mia vita e ad essere più empatica con gli altri. Adesso sono io che chiedo: «Posso fare qualcosa?»


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Ho avuto la prima parestesia nel marzo del 2000. Allora non sapevo che si chiamava così. Cominciò a succedere 1-2 volte l’anno; tra me e me le chiamavo «cose strane». Ne è successa una particolarmente brutta nel 2004, ed era allora che ho scoperto il termine, e che la sclerosi multipla poteva esserne la causa. Ma l’avevo letto su Internet, perciò mi sono convinta che non poteva essere vero (un ovvio errore logico; «non tutto ciò che è scritto su Internet è vero», non equivale a «tutto quel che è scritto su Internet è falso»). Poi sono dovuta andare all’ospedale per un paio di brutti episodi, e nel 2008 ho avuto la diagnosi: sclerosi multipla (SM). Non cominciai subito le terapie, c’era troppo casino nella mia vita (c’era sempre stato).

Il tempo passava, ed è successo molto. Potevo ancora fingere di essere sano, anche se non molto bene. Poi è venuto il marzo del 2017, e ho cominciato a stare peggio. Parlavo con sempre più fatica biascicavo, e non camminavo più come una volta; il suolo non si trovava mai dove doveva essere, e il piede ci si appoggiava storto. Ma c’erano ancora delle cose da fare, e nel frattempo mi sentivo sempre più debole. In realtà, debole lo sono sempre stato, in vita mia ho perso tutte le zuffe in cui sono finito (ma non mi sono mai tirato indietro).

Stavolta però era peggio di qualche ordine di grandezza. Sono passati alcuni mesi, e un giorno stavo parlando con uno (un medico); in sostanza, gli stavo dicendo che non sapevo come fare, al punto in cui mi trovavo. E mi ha detto, «Posso fare io?». Tutte le meraviglie del mondo, le scambierei per questo momento. Così la SM mi ha regalato questo, e mi ha anche regalato il buon senso. È molto facile avere buon senso quando hai poche forze, e la SM te ne toglie parecchie (e anche qualcos’altro ogni tanto).

Quando di forze non ne hai quasi più, di cose ne puoi fare una alla volta al massimo; e allora è facile che questa unica cosa che puoi fare sarà pure una cosa giusta, ciò che realmente devi fare; per quelle inutili, o sciocche, o sbagliate non avrai né energia né voglia.

Ed è questo il buon senso, sapere cosa è giusto che tu faccia, e farlo. E così la tua vita procede in modo sensato. È importante, perché quando ero piccolo, non avevo una famiglia come quelle di altri bambini; ed è brutto perché così non c’è niente che ti organizzi la vita. E quando non c’è niente che ti organizzi la vita, essa procede come capita, a casaccio; il che non va bene, gli esseri umani non sono fatti per vivere così. Ma la SM la vita te la organizza eccome, ti aiuta a discernere l’importante dalla paccottiglia. E questo viene da sé.

C’è poi un’altra cosa che viene da sé. Quella mattina quando sei stanco sin da subito, ti trascini appena, e non vedi l’ora che sia la sera, anzi, il fine settimana, quella mattina vedi di sfuggita, passando davanti ad un ingresso, un tizio; e ti viene spontaneamente da pensare come mai ha questa faccia così tesa, quasi fosse spaventato, e non sarà mica in pericolo, e magari si potrebbe fare qualcosa. È facile che pensi a questo, perché altrimenti penseresti che meglio di come stai adesso non starai mai più, ti andrà già bene se non peggiori. Questo viene da sé, e solo dopo che è successo parecchie volte, ti rendi conto che questo è un tuo guadagno, perché così il tuo mondo è popolato da tante persone con cui non hai nemmeno parlato.

E queste persone per te esistono davvero perché gli hai visto in faccia cosa provano. Dopotutto, anche questo è buon senso, sapere che la vita consiste di persone, che devono esistere uno per l’altro. E a volte la cosa migliore che uno può dire ad un altro è:«Posso fare io?» .

 E. P.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin