La radioterapia allunga la vita dei pazienti che hanno poche metastasi


La sola parola «metastasi» evoca in pazienti e familiari una grande paura: significa che il tumore ha iniziato a diffondersi in altri organi e si teme che il peggio sia imminente. In realtà il tempo che resta da vivere può essere anche lungo anni, dipende da molte variabili. Quello che però due studi scientifici hanno recentemente messo in evidenza è il ruolo cruciale che la radioterapia può avere per trattare quelli che gli esperti definiscono malati «oligometastatici», ovvero quelli che hanno poche metastasi, e allungare loro la vita, con una migliore qualità. «I risultati di queste ricerche dimostrano chiaramente che una dose radicale di radioterapia ottiene un duplice risultato – chiarisce Marta Scorsetti, responsabile dell’Unità di Radioterapia e Radiochirurgia all’Istituto Humanitas di Milano -: allunga la sopravvivenza dei malati e allevia i sintomi, migliorando la loro qualità di vita. Con pochissimi effetti collaterali, per lo più transitori, e un basso costo per il Sistema sanitario».

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Identikit del paziente «oligometastatico»

«Con il termine “oligometastatici” – spiega Scorsetti – si identificano i pazienti che, pur avendo una malattia già estesa in più sedi nell’organismo, presentano tuttavia un numero limitato di lesioni metastatiche: fino a 3-5 metastasi in uno o più organi. Oggi questi malati vengono per lo più mandati dall’oncologo medico che sceglie la terapia farmacologica più indicata nel singolo caso, a seconda delle molte variabili da prendere in considerazione, fra cui il tipo di tumore, la sua estensione, i trattamenti precedentemente effettuati e la risposta che si è riusciti ad ottenere. La radioterapia viene considerata generalmente una risorsa utile soprattutto per alleviare il dolore. E con questo scopo palliativo viene prescritta a basse dosi e diretta contro le sedi dello scheletro osseo colpite da metastasi, che possono causare grande sofferenza». Diverse ricerche negli ultimi anni hanno confermato le ipotesi degli specialisti: i pazienti oligometastatici hanno un tipo di cancro con un comportamento più indolente e meno aggressivo. E, trattandosi di una malattia a lenta progressione, si è a lungo pensato qin questi casi potessero essere efficaci non solo le tradizionali terapie mediche (chemioterapia, terapie biologiche, ormonoterapia o immunoterapia), ma anche un trattamento aggressivo a livello delle lesioni metastatiche visibili, chirurgico o radioterapico.

Chi fa farmaci e radioterapia vive di più

Un primo studio presentato durante il congresso americano della Società Americana di Radioterapia (Astro, tenutosi a fine ottobre a San Antonio, in Texas) ha arruolato 99 pazienti con malattia oligometastatica in Canada, Scozia, Paesi Bassi e Australia: avevano soprattutto una neoplasia mammaria, polmonare, intestinale o prostatica. I partecipanti al trial SABR COMET sono stati divisi in due gruppi tramite randomizzazione (cioè con una scelta casuale): una parte ha ricevuto sollo il trattamento medico standard (ovvero farmaci), mentre un’altra ha fatto in aggiunta anche un trattamento radiante stereotassico su tutte le lesioni metastatiche visibili. La sopravvivenza media nel gruppo sperimentale è risultata maggiore (41 mesi verso 27 mesi), così come la sopravvivenza libera da ulteriore progressione di malattia (12 mesi verso 6 mesi), ovvero il tempo che intercorre fra la cura e il momento in cui il tumore ricomincia a «diffondersi». Il trattamento stereotassico è stato inoltre ben tollerato, con un incremento minimo di effetti collaterali. 

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L’approccio aggressivo contro le metastasi funziona

Il secondo studio (STAMPEDE, presentato durante il convegno della Società Europea di Oncologia – Esmo, a Monaco di Baviera sempre a fine ottobre) si è invece focalizzato su 20161 pazienti affetti da carcinoma prostatico metastatico alla diagnosi, trattati in 117 ospedali svizzeri e inglesi. I ricercatori britannici hanno confrontato il trattamento standard (chemioterapia o ormonoterapia) con e senza aggiunta di radioterapia e i risultati hanno mostrato per la prima volta che l’aggiunta della radioterapia sulla prostata migliora la sopravvivenza dei pazienti con limitato carico di malattia metastatica: nel dettaglio, a tre anni dalla cura era vivo l’81 per cento di chi aveva fatto farmaci e radioterapia, contro il 73 per cento di chi dei malati trattati con sola terapia sistemica. «Inoltre – conclude Scorsetti – il trattamento radiante è stato ben tollerato, con un minimo incremento della tossicità urinaria e intestinale. Entrambi questi studi, anche se in scenari clinici diversi, sono molto importanti perché vanno a validare un approccio che era già ampiamente utilizzato nei più avanzati centri di radioterapia. Ora che abbiamo la conferma definitiva dell’utilità di un approccio aggressivo sulle metastasi con trattamenti locali da associare alle comuni terapie mediche, il prossimo passo dovrà essere l’identificazione di fattori che possano predire meglio la prognosi, aiutandoci a distinguere con maggiore precisione il vero paziente oligometastatico dal paziente che invece presenta una malattia più aggressiva. Con l’obiettivo non solo di allungare la sopravvivenza, ma anche di provare a curare almeno una parte dei pazienti metastatici».

13 novembre 2018 (modifica il 13 novembre 2018 | 13:29)

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