La polemica tra Trump e il Sudafrica sull’esproprio delle terre ai bianchi


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Il Sudafrica ha avviato una storica riforma agraria. L’obiettivo è redistribuire i terreni alla fascia più corposa della popolazione, i cittadini di colore, sottraendoli ai bianchi (eredi dei coloni olandesi e anglosassoni). Una mossa che sta facendo discutere, soprattutto dopo l’intervento del presidente Donald Trump che, su Twitter, aveva invitato il suo segretario di Stato Mike Pompeo a vigilare sulla questione. Intervento al quale è seguito il ritiro del provvedimento del 2016 che avrebbe previsto l’esproprio senza compensazione. Alcuni media conservatori hanno considerato ciò un risultato dell’attenzione del presidente degli Stati Uniti nei confronti della vicenda. In realtà il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, aveva già spiegato lo scorso 1 agosto che intende piuttosto perseguire l’obiettivo tramite una riforma della Costituzione. Andiamo con ordine.

Breve storia dell’esproprio delle terre ai neri di un secolo fa

La situazione dei terreni agricoli nel più meridionale dei Paesi africani è una storia complessa e lunga, che va fatta risalire a più di un secolo fa. Precisamente al 1913, quando venne approvata la legge numero 20 chiamata Native Land Act: un testo che destinava poco più del 10% dei terreni fertili, adatti quindi all’agricoltura, ai cittadini di origine africana, e la restante parte ai bianchi (che contavano per appena il 21% del totale). Non solo: la legge obbligava i cittadini neri a vivere in quei territori limitati, pur essendo in maggioranza. Il testo, poi, impediva la compravendita di queste tipologie di terreni tra le due comunità del Paese: ai neri era vietato, insomma, acquistare appezzamenti dai bianchi, e viceversa. “La norma – ha spiegato Ramaphosa al Financial Times – costrinse la maggior parte delle persone a lasciare il proprio luogo di nascita, la spogliò dei loro beni e la privò dei loro mezzi di sostentamento”. Solo nel 1994, con l’elezione di Nelson Mandela e la fine dell’apartheid – i 46 anni di segregazione razziale – si è cominciato a parlare di redistribuzione dei terreni agricoli. Finora il processo è andato a rilento, al punto che secondo l’Economist, proseguendo di questo passo, ci vorranno 709 anni per completare le restituzioni.

“Ancora oggi – ha spiegato Ramaphosa – l’espropriazione della terra continua a determinare le prospettive di milioni di sudafricani frenando lo sviluppo economico del Paese”. A quasi un quarto di secolo dalla fine dell’apartheid, la distribuzione dei terreni agricoli rimane sbilanciata: “Il 72% è posseduto da bianchi, il 15% dai cittadini coloured (cioè quei 4 milioni di persone chiamate meticci del Capo, discendenti di etnia mista degli schiavi importati nel Paese dai coloni olandesi, ndr), il 5% dagli indiani e il 4% agli africani (intesi come il totale delle nove etnie di persone di pelle scura, ndr)”.

In cosa consiste la riforma agraria voluta da Ramaphosa?

Il presidente attuale, in carica dal 2017, ha avviato la riforma che prevede di redistribuire i terreni agricoli. A febbraio è stata approvata una mozione che consente al governo sudafricano di modificare la Costituzione. A fine luglio, poi, il governo ha proposto alcuni emendamenti alla Costituzione che consentano di sottrarre terra senza compensazione. Quello che il governo sta facendo, insomma, è cercare di ottenere il diritto a sottrarre i terreni ai coltivatori bianchi senza il bisogno di corrispondere loro alcun riconoscimento economico. Una mossa che il presidente reputa cruciale per la crescita inclusiva del Paese, “la chiave della stabilità”.

“Il governo è determinato a implementare la riforma agraria in modo da aumentare la produzione agricola, migliorare la sicurezza alimentare e garantire che la terra sia restituita a coloro dai quali è stata sottratta sotto il colonialismo e l’apartheid”, ha scritto Ramaphosa in un comunicato stampa datato 22 agosto. Il presidente ha aggiunto che “l’accelerazione della ridistribuzione della terra è necessaria non solo per rimediare a una grave ingiustizia storica, ma anche per portare più produttori nel settore agricolo e rendere disponibile più terra per la coltivazione”. Il ritiro, avvenuto il 28 agosto, della legge del 2016 – mai promulgata – che prevedeva l’esproprio coatto delle terre dei bianchi senza compensazione non è quindi una vera e propria marcia indietro ma la conseguenza della decisione di Ramaphosa di intervenire con una riforma costituzionale. 

Le accuse di razzismo e i veri numeri sulla mattanza di agricoltori

Le prime due operazioni di sottrazione delle terre ai bianchi sono già avvenute, come raccontato dal britannico Express. In effetti, scrive il New York Times, la Costituzione sudafricana consente l’esproprio delle terre già oggi, prima dell’approvazione della riforma. Un passo che Ramaphosa vuole comunque intraprendere, forse anche per dare un segnale forte all’elettorato del suo partito, il Congresso Nazionale Africano (Anc), dopo gli scandali che avevano coinvolto il suo predecessore Zuma.

La riforma si scontra però contro una nutrita schiera di avversari. I detrattori paragonano l’iniziativa sudafricana a quella portata avanti in Zimbabwe dall’ex presidente Mugabe​. Un provvedimento cominciato a inizio millennio e che sarebbe una delle cause del crollo dell’economia del Paese. Altri gridano invece al razzismo: primo tra tutti il volto di Fox News Tucker Carlson, che nel corso della sua trasmissione ha sostenuto che la mossa di Ramaphosa sia dettata “puramente dal colore della pelle” – bianca – degli agricoltori. La sua posizione è stata ripresa e condivisa dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che su Twitter ha pubblicato questo messaggio.

“Ho chiesto al segretario di Stato Mike Pompeo di verificare la confisca e l’espropriazione di terreni e di fattorie in Sudafrica e l’uccisione in larga scala di agricoltori”. Le parole di Trump hanno fatto infuriare il governo sudafricano, che ha risposto sempre via Twitter spiegando di “rifiutare questa percezione ristretta che cerca soltanto di dividere la nostra nazione e ci ricorda il nostro passato coloniale”.

Il ministro degli Esteri del Sudafrica, Lindiwe Sisulu, ha affermato che le parole di Trump sono “infelici” e “frutto di cattiva informazione”, e a stretto giro di posta è arrivata la convocazione, da parte del governo sudafricano, dell’incaricato d’affari dell’ambasciata Usa, Jessye Lapenn. A scatenare Pretoria è stato soprattutto il pressappochismo di Trump nel parlare di “uccisione in larga scala di agricoltori”: questi episodi di violenza sono un problema che attanaglia il Sudafrica fin dai primi anni dopo la fine dell’apartheid, ma non riguarda soltanto gli agricoltori bianchi. Tra le vittime, infatti, ci sono sia i proprietari delle fattorie – soprattutto bianchi – sia chi di fatto lavora la terra – spesso persone nere. Anche i dati smentiscono Trump: quelli diffusi dalla AgriSA, una delle associazioni di agricoltori più importanti del Paese, dimostrano che proprio quest’anno il Sudafrica ha registrato il minor numero di agricoltori uccisi dell’ultimo ventennio. Sono stati 47, meno di un terzo dei 153 del 1998. I morti sono in diminuzione costante: erano circa cento negli anni 2003-2011 e sessanta nel 2016.

Mentre l’inquilino della Casa Bianca si schiera contro la riforma di Ramaphosa, la premier britannica Theresa May prende le parti del presidente sudafricano. May, che in questi giorni si trova in Africa per alcune visite istituzionali, è stata a Pretoria dove si è detta favorevole alla riforma agraria: secondo Quartz, la mossa di May va letta anche come tentativo di mantenere un solido rapporto con un partner commerciale extra europeo per il post Brexit. Per il sito d’informazione, infatti, la premier “sta sfruttando la sua visita per assicurare ai partner commerciali che una volta che il Regno Unito lascerà il blocco europeo, la Gran Bretagna rimarrà pronta a fare affari” con i Paesi africani.

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Autore dell'articolo: admin