la mobilità via app è nella rete di SoftBank


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Se prenotate un’auto via app, in qualunque parte del mondo siate, è molto probabile che qualche spicciolo vada nelle tasche di una sola società: SoftBank. C’è il volto pacioso e cortese di Masayoshi Son dentro o accanto a Uber, Grab, Ola, 99 e Didi. Ma anche nelle vetture autonome di Cruise GM e della neonata Monet.

SoftBank e Vision Fund

Nato in Giappone come gruppo di telecomunicazioni, attento all’innovazione SoftBank lo era anche prima. Suo è uno degli umanoidi di maggior successo, il robot Pepper. Ma negli ultimi due anni il suo è diventato un nome molto ricorrente nel mondo della tecnologia. Merito di Vision, un fondo che ha cambiato la scala degli investimenti globali: 100 miliardi di dotazione e un meccanismo combinato di equity e debito che consente a SoftBank di raccogliere capitali da grandi investitori (dal fondo sovrano saudita a quello di Abu Dhabi, da Apple a Foxconn e Sharp) mantenendo però indirizzo e gestione. Tra i tanti settori il gruppo ha puntato, direttamente o tramite Vision, quello della mobilità. Ne è nata una rete globale: tra ride-hailing (servizi che permettono all’utente di prenotare una corsa con un autista privato), car sharing (veicolo in condivisione), guida autonoma e consegne di cibo a domicilio, sulla mobilità di SoftBank non tramonta mai il sole.

Un nuovo investimento in Grab

L’ultima mossa sarebbe un nuovo maxi-investimento in Grab, la Uber del sud-est asiatico: secondo Reuters, sul piatto ci sarebbero 500 milioni di dollari, parte di un più ampio aumento di capitale da un miliardo. SoftBank è già azionista di Grab: ne ha acquisito una quota nel 2014, spendendo 250 milioni. E ha rinnovato la fiducia già in altri round, nel 2016 e nel 2017. Per Grab potrebbe essere l’ultima grande raccolta prima della quotazione, che non è comunque imminente. L’investimento nella società con sede a Singapore è, potenzialmente, tra i più remunerativi del lotto. Perché il mercato delle auto a noleggio via app nel sud-est asiatico sta esplodendo: valeva 5,1 miliardi di dollari nel 2017 e ne varrà quattro volte tanto nel 2025. In più Grab punta a diventare una piattaforma multiservizi, non solo per la mobilità ma anche per la logistica e i pagamenti. “Sta entrando in così tanti verticali da diventare la piattaforma dominante”, ha spiegato la fonte di Reuters, “e SoftBank ha identificato chiaramente la società come padrone di questo enorme mercato nel lungo periodo”.

Gli intrecci passano da Uber

Grab è solo uno dei tasselli. L’altro, forse il più conosciuto, è Uber. SoftBank ne è il principale azionista. E ci sono i suoi miliardi dietro la detronizzazione del fondatore Travis Kalanick. La trattativa con cui si è impossessata della maggioranza relativa, a quanto pare, avrebbe previsto un ridimensionamento (poi diventato esclusione) dell’ex ceo. Per poi inaugurare un nuovo corso sotto la guida dell’amministratore delegato Dara Khosrowshahi. Uber è anche il principale socio di Grab. Lo scorso marzo ha mollato le proprie attività nel sud-est asiatico al suo ex concorrente, in cambio di una quota pari al 27,5% e a un posto nel consiglio di amministrazione. Nel cda ci è entrato Khosrowshahi, là dove è seduto sulla poltrona di presidente Ming Maa, ex manager di SoftBank nominato nel 2016. Il 24 settembre, Grab e Uber sono state multate con 9,5 milioni di dollari dall’Antitrust di Singapore. Motivo: la loro unione costituisce posizione dominante. La Commissione li ha anche obbligati a rivedere le tariffe e rimuovere il rapporto di esclusiva con gli autisti.

Didi, dalla Cina al Brasile

Uber aveva già seguito la stessa strategia in Cina: metto un piede nel mercato, non riesco a diventare leader, vendo le mie attività al migliore acquirente. Ad aprire il portafogli è Didi Chuxing. L’accordo, siglato nell’agosto 2016, prevedeva che la società cinese investisse un miliardo in Uber. Anche in questo caso, oggi le due compagnie hanno una cosa in comune: SoftBank. Il gruppo giapponese ha guidato, nel 2017, un round che ha portato nelle casse di Didi 4 miliardi. La rete si stringe ancora, perché Didi è anche azionista di Grab: un anno fa ha sborsato 500 milioni per partecipare, proprio accanto a SoftBank, a un investimento complessivo da 2 miliardi di dollari. Didi e SoftBank hanno fatto affari insieme anche in Brasile. All’inizio del 2017, la società cinese ha investito nella sua omologa con sede a San Paolo: 99. Qualche mese dopo, a maggio, sono arrivati 100 milioni dal Giappone. All’inizio del 2018, mentre SoftBank metteva le mani su Uber, Didi completava l’acquisizione di 99.

Ola, il conflitto in India

SoftBank ha pompato capitali anche in Ola, il servizio di ride-hailing indiano. Il primo investimento risale al 2014. E anno dopo anno ha continua a partecipare ai round per evitare che la propria quota di diluisse. Risultato: oggi il gruppo detiene un quarto di Ola. Una fetta troppo grande: il fondatore della compagnia indiana starebbe infatti cercando nuovi investitori per diminuirne il peso, anche perché in India Uber è un rivale diretto. Un po’ come se SoftBank possedesse Barcellona e Real Madrid. Per ora la lista di servizi con autista finisce qui, anche se qualche mese fa si era vociferato di un interessamento (poi non concretizzato) del fondo Vision per Lyft, principale rivale americano di Uber.

Monet: l’ultima arrivata

Mobilità non vuol dire per solo app e autisti. E questo vale anche per SoftBank, che trova un altro campo proficuo nella guida autonoma. Molte delle partecipate fin qui elencate (a partire da Uber e Didi) hanno propri progetti nel settore. Ma a Masayoshi Son non basta. A maggio Vision Fund ha investito 2,25 miliardi di dollari in GM Cruise, la divisione della casa automobilistica statunitense che sviluppa soluzione per la guida autonoma. E il 4 ottobre SoftBank ha presentato una nuova creatura: Monet. Partirà con un servizio di ride-hailing, ma punta a produrre veicoli senza autista, per trasportare passeggeri, merci ed effettuare consegne. Il gruppo giapponese possiede poco più del 50% di Monet. Il resto del capitale è di un altro gigante nipponico, Toyota. Che ad agosto ha investito 500 milioni di dollari in Uber. Tutto si tiene nella rete di Masayoshi Son.   

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Autore dell'articolo: admin