La malattia mi ha fatto capire quanto sono fortunata ad esserci ancora. Mi ha fatto scoprire che gli angeli esistono e che non hanno le ali ma sono uomini e donne che lavorano negli ospedali. Viva la vita!


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Perché scrivere la mia storia? Perché ho paura! Paura di dimenticare quel periodo  tra il 2015 e il 2016, dove con la malattia ero caduta in fondo ad un tunnel senza fine.

Avevo  capito  nel mio girovagare  tra un ospedale e l’altro, che nessuno sapeva  qual era la patologia che mi aveva colpito. Morivo dentro non solo per la malattia, ma per l’impotenza che vedevo negli occhi dei medici. Che mi uccideva più del male!  Scrivo perché ho paura che la vecchiaia, il tempo che corre  prima o poi  mi farà scordare quei giorni. Quel tempo in cui ogni mattina mi alzavo e provavo a toccare l’acqua, per capire se la pelle si metteva a bruciare sotto lo scroscio del rubinetto.

Per mesi ogni giorno  sconsolatamente ho chiuso  il rubinetto, asciugato le mani, spalmandole poi con un unguento, rimettendo  i guanti di cotone bianco piangendo.  Ho iniziato a perder peso nel 2015. Solo dissenteria, dimagrivo senza dieta. Mi sembrava un sogno, ero sovrappeso da una vita, dimagrivo e stavo benissimo. Poi ho iniziato con il vomito.

Avevo un bel lavoro  che mi prendeva molto, stavo per andare in pensione ma avrei certamente continuato a lavorare. Andava tutto bene, non avevo tempo per pensarci. Poi ho  iniziato ad eliminare alcuni alimenti dalla dieta quotidiana perché mi bruciavano le papille e lo stomaco. Lentamente la mia pelle ha iniziò a tagliarsi e a infettarsi. Prima le mani e i piedi poi altre parti del corpo. Le visite dermatologiche non davano nessun esito, nessuna intolleranza, colonscopie e gastroscopie si sono susseguite  per oltre un anno. Niente! Patologia rara scrivevano sulla diagnosi.

I vari ricoveri  al pronto soccorso  per attacchi di vomito e dissenteria non davano riscontri di malattia in corso. Avevo  perso 15 kg in un anno ed ero diventata una larva che si trascinava dal letto al divano, con braccia e gambe fasciate per le ferite infette. Finalmente  un ospedale mi prese in carico. Dopo un mese di ricovero l’equipe medica che mi seguiva, ha certificato che ero affetta da un rarissimo tumore neuroendocrino al pancreas con glucagonoma. Avevano capito cosa avevo ma ero ormai  troppo debole per affrontare un intervento così importante.

Ho deciso allora di parlare  con la  famiglia, con i medici che mi seguivano, ho chiesto di poter fare il testamento biologico e poi sono rientrata in ospedale. Perché tanto valeva giocarselo fino in fondo quel briciolo di vita che mi era rimasto . Quella che vivevo da oltre un anno non era più vita, era lasciarsi andare lentamente.

Fu in quei giorni che iniziai a parlare con il mio cancro. Venivo da una vita  di lavoro, dove  ho dovuto e cercato di mediare sempre per  mettere d’accordo le persone.  Ci dovevo pur  provare ad allacciare un rapporto di amicizia   anche con il mio cancro. L’intervento era riuscito, ma i  mesi di ricovero che sono seguiti furono  lunghissimi, dolorosi e strazianti. Dal tunnel non uscivo e la luce non si vedeva.

La testa rimaneva lucida nonostante la morfina e la disperazione. Ho pensato di non farcela, ma continuavo a parlare con lui. Gli dicevo: costruiamo un ponte io e te, incontriamoci. Non sei un mostro, un bastardo come molti ti chiamano, non sei la bestia. Sei parte di me, parliamoci! Cerchiamo di andare d’accordo, di fare un compromesso, di avere degli obiettivi costruttivi da raggiungere.

Poi un giorno  nella  seconda metà del 2016, la pelle sotto l’acqua iniziò a bruciare meno, io potevo toccare l’acqua e non sentivo dolore. Continuavo a stare lì e non ci credevo, con le mani sotto il rubinetto  piangevo, piangevo, piangevo senza fermarmi. Ho sperato e pensato che sarei tornata  a lavarmi i capelli senza guanti, a sbucciare una mela con le mani scoperte, ad aprire una bottiglia senza che la pelle si tagliasse e iniziasse a sanguinare.

Stavo tornando a vivere. Adesso io sono viva! La malattia mi ha fatto capire quanto sono  fortunata ad   esserci ancora.  Mi ha fatto scoprire che gli angeli esistono, che non hanno le ali, ma sono uomini e donne che lavorano negli ospedali.  Voglio ricordare quel tempo, quella lezione di vita. Sono passati tre anni e il dialogo con il mio nuovo compagno continua ogni giorno. Adesso siamo buoni amici. Faccio ogni mese un punturone che mi fa stare tre giorni vicino al bagno, cosi leggo, faccio la brava e un sacco di altre cose. Dormire è diventato una perdita di tempo.

Sono molto felice adesso!  Ogni volta che apro il rubinetto e tocco l’acqua sorrido, consapevole della fortuna che ho di esserci ancora e ripetermi: VIVA LA VITA! Sempre e ancora: VIVA LA VITA. Certo le  priorità cambiano. Improvvisamente non mi interessa più essere sempre aggiornata su tutto. Mi ripeto che non devo perdere di vista la realtà delle cose.  Ma inconsapevolmente le prospettive di vita cambiano direzione, mi ritrovo a guardare l’erba che cresce, il fiore che sboccia, il cielo che cambia colore. La vita e una cosa bellissima e io ne faccio parte. Felice di vivere!       

O.V.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin