La lapidazione degli omosessuali mette nei guai due hotel di lusso italiani


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Ci sono anche due alberghi italiani, il Principe di Savoia di Milano e l’Hotel Eden di Roma, tra i nove finiti nella lista nera delle strutture da boicottare secondo alcune star dello spettacolo americane.

Il motivo? Fanno parte della catena di alberghi di lusso Dorchester Collection, di proprietà della Brunei Investment Agency (Bia), a sua volta controllata dal Sultanato di Brunei, la piccola nazione incastonata nel territorio della Malesia affacciata sul Mar Cinese Meridionale.

Il Brunei, nei giorni scorsi, ha approvato una legge che prevede la pena di morte per lapidazione per rapporti omosessuali (ma solo maschili) o di adulterio.

George Clooney si scaglia contro gli hotel Dorchester​

“Ogni volta che soggiorniamo, organizziamo riunioni o ceniamo in uno di questi nove hotel, stiamo mettendo soldi direttamente nelle tasche degli uomini che scelgono di lapidare e di uccidere i propri cittadini perché omosessuali o accusati di adulterio”, ha scritto su Deadline l’attore George Clooney, due volte premio Oscar, criticando la norma entrata in vigore il 3 aprile.

“Il Brunei è una monarchia e certamente qualsiasi boicottaggio avrebbe pochi effetti sul cambiamento di queste leggi – prosegue Clooney – ma vogliamo davvero aiutare a pagare per queste violazioni dei diritti umani? Stiamo davvero contribuendo a finanziare l’assassinio di cittadini innocenti?”.

L’attore statunitense non è stato l’unico volto noto a esporsi a proposito della riforma del codice penale: Ellen DeGeneres, attrice e conduttrice televisiva protagonista della popolare serie tv degli anni ’90 Ellen, ha affidato a un tweet divenuto rapidamente virale la sua critica al testo adottato dal Brunei.

“Fate sentire la vostra voce, fatela girare, mobilitatevi”, l’invito ai suoi follower. Alla protesta si sono uniti anche personaggi sportivi e cantanti.

L’ex tennista Billie Jean King, vincitrice di dodici slam tra 1966 e 1975, ha definito la legge “un’atrocità”; secondo Elton John “un trattamento simile è inaccettabile”.

Il cantante ha poi invitato i fan a imitare la sua scelta di boicottare, insieme al marito David Furnish, gli alberghi in questione.

Dorchester, che gestisce nove alberghi in tutto il mondo (oltre ai due in Italia ce ne sono altrettanti a Parigi e Londra, più una sede ad Ascot e due negli Stati Uniti), ha diffuso una nota su Twitter in cui annuncia di aver provveduto a chiudere le pagine social dei singoli alberghi “a causa degli insulti rivolti al personale” delle strutture.

Nel messaggio la società ribadisce che “eguaglianza, rispetto e integrità” sono i valori fondanti della società che tutela la “diversità culturale di ospiti e dipendenti”.

Che cosa prevede la nuova legge?

La riforma del Brunei arriva da lontano, precisamente dal 2013 quando venne presentato il Syariah Penal Code, cioè il codice penale basato sulla Sharia, la legge islamica a sua volta dettata dall’interpretazione (che può variare in maniera sensibile, sottolinea il New York Times) del Corano.

Il testo scatenò già allora le proteste dei difensori dei diritti umani: la mobilitazione convinse il Sultanato a ritardare l’entrata in vigore della misura della pena di morte. Poi, lo scorso dicembre, un comunicato del ministro degli Affari Religiosi del Brunei annunciava che il 3 aprile 2019 sarebbero entrate in vigore anche le pene più severe.

La legge prevede la pena di morte in caso di stupro, adulterio, sodomia, atti sessuali fuori dal matrimonio, rapina, imprecazioni verso Maometto.

Le pratiche omosessuali femminili, a differenza di quelle maschili, prevedono 40 frustate, la stessa pena con la quale si punisce l’aborto, o con 10 anni di prigione.

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Foto: ROSLAN RAHMAN / AFP

 Il sultano del Brunei, Hassanal Bolkiah

Il furto, invece, prevede l’amputazione degli arti.

“Qualsiasi legislazione basata sulla religione non deve violare i diritti umani”, ha affermato l’Alto Commissario per i diritti dell’uomo dell’Onu, la cilena Michelle Bachelet, che ha definito il testo “draconiano” e invitato il governo del Brunei a modificare la legge.

Il Paese asiatico, in cui vivono 430 mila persone, è a maggioranza musulmana.

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