La crisi venezuelana arriva sul tavolo dell’Onu


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Due presidenti, due blocchi, una piazza contro il palazzo: la sfida lanciata, e rinnovata oggi, da Juan Guaidó a Nicolas Maduro riporta il mondo nella geopolitica della Guerra Fredda, che oggi prenderà corpo in una riunione al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Gli Stati Uniti chiederanno il riconoscimento del capo dell’opposizione quale presidente a interim del Venezuela. Lo farà Mike Pompeo, indicando in Guaidó colui che è in grado di “mettere in piedi un governo di transizione per il ripristino della democrazia e dello stato di diritto”.

Il segretario di Stato americano si rivolgerà, tra l’altro, agli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza (Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna), che hanno potere di veto, dei quali nessuno finora ha mostrato di voler riconoscere come legittima la presidenza Guaido, sebbene sia Parigi che Londra abbiano definito per nulla democratiche e legittime le elezioni che videro assegnata la presidenza a Maduro. La risposta russa è già arrivata: “Questo non passerà”, ha detto l’ambasciatore di Mosca al Palazzo di Vetro, Vassily Nebenzia, mentre dal Cremlino hanno fatto sapere che Maduro, non ha chiesto aiuto né economico, né militare, e che quella americana è una politica “distruttiva”. Vladimir Putin ha espresso, comunque, al collega venezuelano sostegno “nel contesto di un aggravamento della crisi politica provocata dall’esterno”. 

L’Europa chiede nuove elezioni

La diplomazia lavora, per evitare che evitare che Caracas diventi una Damasco in America latina: è ben vicino lo scenario della guerra civile in Medio Oriente, che nessuno è mai riuscito a fermare. Se l’amministrazione Trump ha subito riconosciuto l’interim di Guaidó, è più cauta l’Unione europea, che vuole nuove elezioni: quelle vinte da Maduro, ha affermato la Commissione, “non sono state indipendenti e non hanno seguito gli standard internazionali di processo elettorale democratico”. La delegazione Ue a Caracas è attiva, ma fonti diplomatiche hanno fatto sapere al termine di una riunione dei 28 ambasciatori a Bruxelles che si chiederà la convocazione di nuove elezioni, da tenersi nel giro di “giorni”. Se il successore di Hugo Chavez non ne terrà conto, “noi solleveremo l’adozione di altre misure, tra le quali anche il riconoscimento di Guaidó come capo di Stato ad interim”, ha affermato il ministro degli Esteri di Madrid, Josep Borrell. Così anche Berlino: il governo tedesco si dice pronto a riconoscere il presidente del parlamento venezuelano come capo di Stato “se ci saranno presto elezioni libere ed eque”.

L’esercito sta con Maduro

I due ‘presidenti’, in un clima di tensione crescente, sembrano per adesso capaci di controllare la piazza. A quella da cui Guaidó ha invocato “una rivoluzione pacifica senza precedenti” e convocato per la prossima settimana una “grande mobilitazione”, ha risposto una conferenza stampa nel palazzo presidenziale in cui Maduro ha ribadito che “in qualsiasi Paese al mondo l’atto di assumere un incarico istituzionale è investito da un protocollo di autorità, di fronte a un’autorità legittima”. Poi, quest’ultimo si è detto aperto a un incontro con Guaidó, ma il capo dell’opposizione ha rifiutato. “Non mi fido”, ha detto, ben consapevole che in questo momento è la piazza la sua vera arma: “Torneremo nelle strade di Caracas.

Le manifestazioni della prossima settimana, ha affermato, saranno precedute domani da incontri nelle piazze “per rendere onore a tutte le vittime delle proteste” e “diffondere informazioni”, mentre domenica “sarà una giornata importante, di solidarietà e amicizia: sui social vorrei che si diffondessero le leggi, in modo che tutti le conoscano: stampate articoli, e diffondeteli avvicinando i militari, i loro amici e le loro famiglie”. Nelle ultime ore, da quando Guaidó si e’ autoproclamato presidente a interim, l’esercito, potere tradizionalmente decisivo in America Latina, ha mostrato di voler stare dalla parte di Maduro.

Ma in America Latina il presidente non ha sponde

Se Nicolas Maduro sembra trovare una sponda a Mosca, Pechino o a Ankara, ciò che gli manca è l’appoggio del continente latinoamericano, in cui nessuno sembra volerlo avvicinare se non per accompagnarlo all’uscita dal potere. Qualcuno, come il governo brasiliano, propone per lui “una via di fuga” pacifica, mentre altri, come il presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, si offrono come mediatori: “Siamo disponibili come facilitatori del dialogo, ma senza una richiesta da entrambi (Maduro e Guaidó, ndr) è impossibile andare avanti”. In Canada si terrà la prossima riunione del Gruppo di Lima, i cui undici Paesi del gruppo di Lima hanno definito Maduro un usurpatore e Guaidó legittimo presidente. I Paesi del Gruppo di Lima che appoggiano il leader dell’opposizione Guaido’ sono Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Paraguay, Perù e Santa Lucia.

Sebbene le piazze siano sostanzialmente calme, aumenta il bilancio delle vittime di scontri: all’inizio della settimana sono 26 i morti. Oltre 350 persone sono state arrestate, ha dichiarato l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, che reclama “un’inchiesta indipendente e imparziale” al fine di stabilire se vi sia stato “un uso eccessivo della forza da parte delle autorità oppure se siano stati commessi dei crimini da parte dei gruppi armati filo-governativi o da parte di altri”. Diversi diplomatici americani e le rispettive famiglie, intanto, hanno lasciato il paese, dopo che gli Stati Uniti avevano ordinato al loro personale diplomatico “non essenziale” di farlo. E’ un clima precedente una guerra civile, il cui “rischio” è stato segnalato da chi, in questi anni, ne ha viste diverse, in porzioni del mondo che avevano in Mosca un amico: Vladimir Putin.

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Autore dell'articolo: admin