Io, il mio carcinoma mammario e le parole della chirurga oncologa che mi hanno fatto scoprire di essere una «guerriera resiliente»


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Mentre mi recavo con mia sorella all’Istituto  ripensai alla virata che la mia vita aveva avuto in pochissimo tempo. Solo due settimane prima mi trovavo a pensare come avrei trascorso l’avvicinarsi del mio compleanno, dei miei primi 50 anni! Avevo eseguito una mammografia di controllo che, a detta del radiologo, era risultata negativa. Come prassi l’avevo portata alla senologa che mi seguiva da parecchi anni. Giuro, non dimenticherò mai la sua espressione quando guardò il reperto: «Signora NON le hanno visto un probabile cancro». Subito agoaspirato che, dopo qualche giorno, confermò il sospetto: tumore maligno.  Queste due parole, con la quale veniva indicata la mia malattia, mi stavano «antipatiche». Così preferii chiamare il mio male «K. Mammario». Diceva tutto per gli addetti al lavoro, quasi nulla, per i meno informati.

Ripercorrendo questa accelerata della mia vita sorrisi, mia sorella si stupì, forse immaginando che eravamo diretti verso un futuro a dir poco «incerto». Arrivammo in Istituto. Poco dopo incontrai il medico con cui avevo appuntamento. Una oncologa chirurga che, dal primo istante, mi mise a mio agio. Dopo la visita andammo nel suo studio. Mi confermò il K. Mammario e mi disse che dovevo operarmi al più presto.

Vedendo la mia preoccupazione stampata sul volto, mi chiese: «Ma lei con quale mezzo si reca al  lavoro?».  La guardai stupita, pensando che fosse una domanda fuori dal contesto nel quale ci trovavamo, risposi: «In auto percorrendo l’autostrada andata e ritorno». Lei mi rispose:  «E lei pensa di morire di cancro?». Continuò:«Le statistiche non indicano questo, mostrano altre cause di morte più probabile come infarto, ictus.. incidenti automobilistici, appunto!».

Subito proseguì con una frase che, da subito, cambiò la mia percezione della malattia «Lei deve vivere la sua vita come se niente fosse successo, non pensando alla sua malattia e, soprattutto, che potrebbe morire a causa di essa». Queste parole mi si stamparono, in modo indelebile, nella mente. Tutto ciò che avvenne successivamente a quell’incontro, l’operazione, i giorni di attesa per sapere se dovevo fare la chemio, le sei settimane di radioterapia, la terapia quinquennale tuttora in corso … sono stati e sono momenti vissuti sempre come se niente fosse successo.

Ho la consapevolezza che la malattia può essere, ed è, purtroppo, mortale in alcuni casi, ma ho la certezza che il K. mammario mi ha reso forte, una «guerriera resiliente» per tutto ciò che ho passato in questi tre anni e per quello che mi riserverà il futuro da malata oncologica.

R.C.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin