“Io come Mimmo Lucano. Nelle istituzioni non ho più fiducia”. Intervista a don Carlo D’Antoni




04 novembre 2018,15:00

“Ho subito lo stesso dramma che in queste settimane sta vivendo Mimmo Lucano e per alcuni giorni ho pensato perfino di essere colpevole. Mi dispiace che nessun vescovo si stia schierando in sua difesa”. Il racconto è di don Carlo D’Antoni, prete di frontiera, da quasi 28 anni nella parrocchia del rione Bosco Minniti, periferia di Siracusa. Anche lui alcuni anni fa è finito agli arresti domiciliari con le stesse accuse oggi contestate al sindaco di Riace: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La vicenda risale al 2010 ma nel 2014 il gup ha emesso una sentenza di “non luogo a procedere” perché il fatto non costituisce reato. “Perfino il pubblico ministero chiese l’assoluzione”, dice don Carlo D’Antoni che da un decennio accoglie nei locali parrocchiali migranti e persone bisognose.

In migliaia oltre a un posto letto e i pasti quotidiani hanno ricevuto supporto nell’iter burocratico per ottenere il permesso di soggiorno o la cittadinanza. “Qui guardiamo le persone in faccia non nei documenti”, dice il prete. Nella parrocchia “Maria S.Madre della Chiesa” terminata la messa, i banchi vengono spostati per far spazio a sedie e tavolate per pranzo o cena. Sulle pareti tra crocifissi e dipinti religiosi spiccano dei quadri che raffigurano i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino o Che Guevara. Alle spalle della chiesa invece c’è la palazzina di un piano in vivono le persone accolte. 

“Dietro la facciata rispettabile di una parrocchia agiva una banda di criminali dedita a favorire l’immigrazione clandestina”. Cosi’ scriveva il gip del Tribunale di Siracusa che su richiesta della Procura autorizzo’ l’arresto di nove persone accusate di associazione a delinquere. L’inchiesta poi passo’ alla Direzione distrettuale antimafia) di Catania. La Polizia durante il blitz del 9 febbraio 2010 sequestro’ alcune dei documenti per la “concessione del domicilio legale ai migranti” ancora da compilare ma già firmati dal prete. L’accusa nei suoi confronti era di aver offerto il domicilio per agevolare l’ottenimento dell’asilo politico, traendone profitto. “L’elezione del domicilio era necessaria per la notifica degli atti della Questura o del Tribunale, altro che profitto”, dice padre Carlo.

“Tre magistrati mi interrogarono per diverse ore. Mi sentivo un oggetto, un manichino in balia di tutto. Nei primi 4 giorni – racconta – ero convinto di essere colpevole. Ne parlavano tutti i telegiornali italiani e stranieri. Pensavo: certo qualcosa avrò combinato. Mi chiedevo dove avevo sbagliato”. Dopo 37 giorni di arresti domiciliari il Riesame lo scarcerò scrivendo di “accuse evanescenti” contro il parroco. “Potevo mandare e ricevere email e questa consuetudine mi ha regalato una boccata d’aria. In molti mi hanno inviato la loro solidarietà, anche celebrità, ma in me è rimasto forte il senso di “cosificazione”, sentirsi una cosa. Io mi sentivo mentalmente rinchiuso e per questo posso capire Mimmo”.

Dopo il proscioglimento don Carlo D’Antoni ha ricevuto 8.400 euro per l’ingiusta detenzione “che avrei voluto bruciare – dice – ma erano necessari per continuare ad accogliere le persone più sfortunate”. “Noi – rivendica il religioso – non abbiamo mai interrotto, anche durante l’indagine. Io penso che si sia voluto colpire questa realtà d’accoglienza per colpire l’idea di un’accoglienza umana, fuori dai business, come si sta facendo con il progetto Riace. Ma non ci sono riusciti”. Infine, sulla vicenda del sindaco Mimmo Lucano, aggiunge: “Ma dov’è la Chiesa? Dove sono i vescovi? Frasi fatte del tipo ‘noi avremo fiducia nella magistratura, nelle istituzioni’. No io questa fiducia non ce l’ho e molti trincerandosi dietro questo apparente rispetto ne approfittano per non prendere posizione. Ed è curioso che ciò avvenga nonostante le note posizioni di Papa Francesco”.




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