In Irlanda la bestemmia non è più reato. Ma nel resto del mondo?


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Il caso più famoso è quello di Salman Rushdie, scrittore pachistano che vive ancora sotto la spada di Damocle di una condanna a morte comminatagli da una fatwa islamica emessa in Iran. Il suo libro “I versi satanici” venne giudicato blasfemo dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini.

Nell’antica Roma il concetto d bestemmia si confondeva con quello di empietà, vale a dire il non rispetto in pubblico (nelle liturgie) della “religio licita”, la religione autorizzata. Pena prevista: l’esilio (Furio Camillo finì ad Ardea) o la morte spesso “ad bestias”, cioè con i leoni del circo. E’ il caso dei primi cristiani. Cristo stesso fu accusato di bestemmiare, raccontano Marco e Matteo, di fronte al sommo sacerdote Caifa.

La versione di Guareschi

Ma cos’è la bestemmia? Il fatto è che si tratta di un concetto difficile da definire dal punto di vista giuridico, essendo cosa attinente non solo alla verità di fede, ma anche alla sensibilità individuale e collettiva. Del resto lo stesso Giovannino Guareschi diceva a difesa dei suoi concittadini emiliani (non immuni dal vizio) che lo facevano “non per negare Dio, ma per fargli dispetto”. Insomma, quasi un Gloria che si alza dalla voce dei più discoli dei figli dell’Altissimo, quelli che quando il padre parla devono per forza fare e dire il contrario, ma solo perché così gli si vuole più bene ancora. Tutto meno che una cosa satanica.

Se anche i vescovi irlandesi dicono di sì

La stessa chiesa cattolica, in occasione del referendum che ieri ha deciso in Irlanda, a larga maggioranza, la depenalizzazione dell’imprecazione a carattere religioso, ha preso una posizione che prima del Concilio sarebbe stata impensabile. Ecco il suo punto di vista, nero su bianco: “L’attuale riferimento alla blasfemia nella Costituzione della Repubblica d’Irlanda è in gran parte obsoleto e può destare preoccupazione. Questo a causa del modo in cui tali misure possono essere utilizzate per giustificare la violenza e l’oppressione contro le minoranze, come avviene in altre parti del mondo”. Se l’avesse scritto Obama non avrebbe potuto fare di meglio.

Intanto Asia aspetta la morte

Non tutti sono così tolleranti, soprattutto nei paesi dove il diritto non è mai stato disgiunto dalla religione. Nasce così il caso di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte (dopo essere stata stuprata in carcere) perché accusata di aver bestemmiato Maometto. Medioevo? No, Pakistan 2018: Asia si trova in questo momento in carcere, simbolo dell’intolleranza religiosa. Dieci giorni fa la corte d’appello ha confermato la pena capitale. È anche a lei che, in queste ore, hanno pensato i vescovi irlandesi.

Quando c’è di mezzo la Sharia

Il Pakistan non è l’unico paese a maggioranza musulmana dove si commina la pena di morte in applicazione della Sharia, la legge coranica. Accade anche Iran, in alcuni stati della Nigeria, in Arabia Saudita e nello Yemen. In Afghanistan è molto probabile l’impiccagione. Negli Emirati Arabi Uniti la pena di morte è prevista per i musulmani, per i non musulmani ci si rifà alla discrezionalità del giudice. In Sudan si arriva alle 40 frustate. Ma non si deve ritenere che tutti i paesi musulmani applichino pene così draconiane. Comunque si resta spesso nell’ambito della severità. In Qatar la pena detentiva può arrivare ai sette anni, in Algeria ai dieci; in Mauritania sei invitato al pentimento entro tre giorni. In Egitto si finisce al confino per almeno sei mesi. Comunque moltissimo, quasi sempre, se paragonato a quanto accade nei paesi occidentali.

Una sentenza controversa

Nondimeno, fa discutere una recente sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani, la quale ha dato ragione a un tribunale austriaco che aveva condannato a pagare una multa di 500 euro una donna rea di aver offeso l’Islam. La signora, della quale non conosciamo le generalità, in due seminari aveva affermato che il matrimonio di Maometto con Aisha, consumato quando lei avrebbe avuto 9 anni, equivaleva a un caso di pedofilia. In realtà si tratta di un punto controverso, giacché nell’arabo parlato antico veniva spesso riportata solo l’ultima cifra dell’età di una persona ed è quindi assai plausibile che Aisha allora avesse 19, se non 29, anni. Si comprende però come tale sentenza possa essere considerata comunque un precedente pericoloso.

Il provocatore danese

Se in Brasile il tempo da passare nelle patrie galere precipita a un anno, ma solo nei casi veramente gravi, in Canada tempo fa provarono a cancellare la legge in materia, che di anni ne prevede due. La Danimarca costituisce una storia a parte. La legge in vigore dal 1866 è stata applicata, nei 150 anni susseguenti, solo due volte. Per le statistiche: nel 1938 e nel 1946. Poi, nel 2017, sull’onda del caso delle vignette sataniche un tizio ha ben pensato di farsi riprendere mentre bruciava il Corano. Gli estremi per la condanna c’erano tutti, ma la piccola monarchia scandinava non era disposta a mostrarsi debole dopo quello che era successo sulle piazze arabe. Piuttosto che condannare, fu cambiata la legge. Anzi, venne abolito il reato.

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 Afp

Salman Rushdie 

Charlie Hebdo vince sul Kaiser

In Francia, patria del razionalismo laicista, il concetto di blasfemia come reato fu eliminato dal Codice già nel 1791, sulla base della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Ma qualcosa rimase in circolazione, ben oltre la reintroduzione del reato negli anni della Restaurazione e la successiva, definitiva abolizione. Il codice civile della regione Alzazia-Mosella, infatti, entrò a far parte dell’ordinamento francese dopo la Prima Guerra Mondiale. Nel 1881 i tedeschi avevano fatto in tempo a rimodellarlo a loro immagine e somiglianza. La norma sul bando della blasfemia, in esso contenuta, venne abolita solo nel 2016, all’indomani della mattanza di Charlie Hebdo.

L’eccezionalità americana

C’è un Paese in cui il conflitto tra libertà di espressione e denigrazione dei valori religiosi si è fatto sentire in modo particolare. Il primo emendamento della Costituzione americana ha tagliato il nodo gordiano molto tempo fa: stabilisce che gli Stati non hanno alcun potere di far portare in tribunale con le loro leggi i blasfemi, gli imprecatori come tutti coloro che intendono far conoscere al pubblico il loro giudizio, anche il meno ortodosso.

Questo però è un ostacolo aggirabile, perché gli stessi Stati hanno la possibilità di punire gli stessi eccessi quando questi procurino danno, anche solo morale o psicologico, ad altri. Insomma, la bestemmia sopravvive come reato non contro la morale o l’etica, ma contro la persona. E qui si va di risarcimenti milionari. 

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