Il sistema Kafala che rende schiave le colf in Libano


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ANWAR AMRO / AFP


Proteste contro lo sfruttamento del lavoro domestico in Libano 




Lavorare, obbedire, annuire, anche se i diritti e le norme che regolano il lavoro sono inesistenti. E guai a cercare di scappare, anche se si subiscono violenze: altrimenti si perde il permesso di soggiorno, si diventa clandestini, e di conseguenza si rischia la prigione.

In Libano vivono circa 6 milioni di abitanti; di questi, 250 mila sono lavoratori domestici stranieri. Persone che aiutano nelle faccende di casa, facendo le pulizie e cucinando per chi sta tutto il giorno fuori per lavoro; o magari assistono anziani non autosufficienti, aiutandoli a lavarsi, vestirsi, somministrando loro medicinali. Collaboratori domestici, insomma, oppure badanti. La maggior parte sono donne: provengono soprattutto da Etiopia, Filippine e Bangladesh, mentre una decina di anni fa arrivavano soprattutto dallo Sri Lanka. Le loro condizioni di vita e di lavoro, denunciano Amnesty International e l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), sono però a rischio sfruttamento. Colpa di un meccanismo chiamato Kafala.

Il sistema della Kafala: la residenza legata al datore di lavoro

Il meccanismo di partenze verso il Libano, lo spiegheremo più avanti, è perfettamente collaudato. I problemi, però, si presentano all’arrivo, al momento dell’accordo tra lavoratrici e datori: come spiegato dall’Ilo in un rapporto del 2016, spesso il rapporto di lavoro viene regolato sulla base del sistema chiamato Kafala: un meccanismo per cui “la residenza di un lavoratore migrante e il permesso di lavoro sono legati al datore”. Una sorta di schiavitù moderna che affida il destino del migrante al suo padrone: spesso, addirittura, è quest’ultimo a possedere fisicamente il passaporto della sua collaboratrice domestica, che in questo modo si trova imprigionata, senza possibilità di godere dei basilari diritti a libertà e movimento.

Corollario: quando anche la donna riuscisse a rientrare in possesso dei propri documenti e fosse in grado di lasciare il lavoro (spesso non ha la possibilità di uscire di casa, dove si trova letteralmente imprigionata), perderebbe il diritto a stare in Libano, diventando di conseguenza illegale e rischiando il rimpatrio, quando non l’arresto.

D’altronde persino il Labor Law, la legge che regola il lavoro nel Paese mediorientale, esclude i lavoratori domestici da ogni forma di protezione: l’articolo 7 del codice, infatti, taglia fuori questa categoria da tutte le tutele in materia di ferie, giorni liberi e paga minima. Con il risultato che molte donne finiscono per lavorare gratis per anni, sette giorni su sette, oltre a subire violenze fisiche e sessuali.

Stupri, violenze e stipendi mai pagati

Lasciano il loro Paese d’origine per cercare lavoro altrove, guadagnare cifre irrisorie da mandare a casa. Stanno via dalla propria famiglia per anni, si imbarcano verso Beirut dove spesso trovano una cultura e abitudini profondamente diverse e una lingua sconosciuta. Eppure il flusso è stabile: erano 250 mila già nel 2006, quando l’Ilo pubblicò un documentario intitolato Maid in Lebanon (letteralmente “Cameriera in Libano”). “I lavoratori domestici stranieri sono arrivati in Libano nel 1973” esordiva il filmato che, allora, segnalava la presenza di 80 mila migranti dallo Sri Lanka. “Alcuni di loro riescono a guadagnare denaro da mandare a casa, ma molti altri no – denunciava l’organizzazione dell’Onu – I loro sogni si infrangono in situazioni di sfruttamento e di abuso: casi di torture, stupri, abusi fisici e mentali e mancata retribuzione”.

In precedenza si parlava dell’oliato meccanismo di arrivo di queste donne: in Libano esistono vere e proprie agenzie specializzate in questo genere di servizio. Le famiglie vi si rivolgono per trovare la manodopera che, a sua volta, viene cercata da consulenti che viaggiano nelle aree rurali Paesi d’origine. Prima di partire, alle donne selezionate vengono insegnate alcune nozioni di inglese, utili a comunicare con i datori di lavoro, e mostrati loro alcuni degli elettrodomestici che si troveranno a usare una volta a destinazione: aspirapolvere e lavatrici, per esempio: macchine mai giunte in molti dei villaggi da cui provengono.

In Arabia Saudita è nato un gruppo Facebook che denuncia gli abusi

Non tutte le lavoratrici in Libano subiscono trattamenti da schiavitù, certo, e un altro documentario del 2011 di Ilo racconta alcuni casi di integrazione e di rispetto. Rimane però il fatto che la categoria è spesso esposta ad abusi e violenze, e questo accade in diverse parti del mondo. In Arabia Saudita, per esempio, dove ci sarebbero un milione e mezzo di badanti: nel 2013, dopo l’esecuzione di Rizana Nafeek, giovane lavoratrice accusata di aver provocato la morte di un bimbo che aveva in custodia, il Guardian segnalava condanne a morte pendenti nei confronti di 45 collaboratrici domestiche provenienti dall’Indonesia.

Negli ultimi giorni altre due ragazze di origini indonesiane, Sumartini e Warnah, sono invece state scarcerate dopo dieci anni trascorsi in prigione con l’accusa di stregoneria ai danni dei propri datori di lavoro. Su Facebook, infine, è nato persino un gruppo che raccoglie le testimonianze di domestiche filippine che hanno subito abusi in Arabia Saudita: gli iscritti sono oltre cinquemila.

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