Il principe Harry vorrebbe vietare che si giochi a Fortnite 


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ADRIAN DENNIS / POOL / AFP 


Il principe Harry, duca di Sussex




Nell’eterna battaglia tra chi ritiene i videogiochi dannosi e chi invece li difende a spada tratta, è sceso in campo un pezzo da novanta: il duca del Sussex Harry, quello che fino a qualche anno fa era conosciuto come il principino Harry, secondo figlio di lady D, fratello di William e ormai sesto erede al trono di Inghilterra. Che ha deciso di mettere il suo nome e il suo lignaggio nello schieramento di chi i videogame proprio non li vorrebbe vedere.

In una sua recente visita a un centro per ragazzi a West London, in occasione di un incontro sulla salute mentale dei più giovani, Harry ha infatti rilasciato delle dichiarazioni molto dure contro i videogiochi e più precisamente contro l’attuale Re dei videogame: il battle royale gratuito Fortnite.

“Questo gioco non dovrebbe essere permesso. Quale sarebbe il beneficio di averlo in casa? Crea una dipendenza, una dipendenza a tenerti il più a lungo possibile davanti a uno schermo. È irresponsabile”.

Parole che hanno fatto in fretta il giro del mondo, raccogliendo apprezzamenti tra i genitori preoccupati per l’ultima passione dei figli e finendo presto derubricate come la classica esagerazione da parte della community dei gamer. In realtà, come spesso accade, la verità è assai più complessa di così e, per quanto le parole di Harry siano piuttosto esagerate, non sono del tutto campate in aria. Proviamo quindi a fare un passo avanti nel dibattito.

Fortnite crea davvero dipendenza?

La dipendenza da videogiochi (tutti, non solo Fortnite) può infatti essere un vero problema con conseguenze anche drammatiche. L’Organizzazione mondiale della sanità ha inserito nel giugno del 2018 (dopo un ampio e ancora oggi contestato dibattito) questa dipendenza tra i disturbi mentali: le storie di giovani e meno giovani che restano incollati per ore a uno schermo, rifiutando il cibo o di uscire o isolandosi in una realtà parallela, sono spesso protagoniste delle cronache nazionali e internazionali.

Secondo la definizione dell’Oms, i “game disorders” si verificano quando si da “priorità crescente ai giochi su altre attività. Il gioco ha la precedenza su altri interessi e attività quotidiane e si verifica una continuazione o l’escalation dei giochi, nonostante l’insorgenza di conseguenze negative. Affinché il disturbo da gioco sia diagnosticato il modello di comportamento deve essere sufficientemente severo da risultare in una compromissione significativa in ambito personale, familiare, sociale, educativo, lavorativo o di altre aree importanti del funzionamento per almeno 12 mesi”.

Quindi ha ragione Harry a voler vietare Fortnite? No. Intanto i numeri su quanti siano i giocatori “dipendenti” sono ancora oggi oggetto di dibattito ma, secondo la maggior parte degli studi, si parla di una percentuale minima dell’ampia platea dei gamer. Una ricerca dell’Università di Oxford del 2016 fatta su 19mila persone nel Regno Unito, segnalava come meno dell’un per cento dei giocatori dichiarasse di avere forti difficoltà a smettere di giocare. Il problema quindi esiste, ma riguarda una percentuale piccola della sterminata platea dei giocatori.

Harry ha torto, ma in Cina forse… 

Torniamo quindi a Fortnite. Questo fenomeno videoludico è stato pubblicato nel 2017 e, da allora, è arrivato ad accumulare 250 milioni di giocatori che si sfidano online a colpi di armi futuristiche a chi sopravvive e a chi uccide più nemici. Il gioco è gratuito ma al suo interno è possibile acquistare personalizzazioni e gadget opzionali: un sistema che ha permesso a Epic Games, la società che lo sviluppa, di incassare tre miliardi di dollari nel solo 2018.

Questo sistema economico ha creato però più di qualche problema in giro per il mondo e non sono pochi i casi di famiglie che si sono trovate a dover pagare cifre enormi per gli acquisti fatti con la carta di credito dai figli o le cronache di ragazzini rimasti in piedi per intere notti a giocare o che hanno visto crollare i loro rendimenti scolastici.

La soluzione proposta da Harry però, un ban completo del gioco, sembra ricordare l’esempio cinese: nel Paese del Dragone i minori di dodici possono giocare online solo un’ora al giorno e anche gli altri minorenni sono sottoposti a forti divieti statali.

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Autore dell'articolo: admin