Il più grave incidente stradale della storia d’Italia


Strage bus autostrade

ALBERTO PIZZOLI / AFP


Il rottami del pullman precipitato dal viadotto tra Monteforte Irpino e Baiano




I video dei telefonini raccolti raccontano di un viaggio di ritorno allegro, con i passeggeri che scherzano, parlano, qualcuno canta anche.

Tutto accade alle 19,30 di domenica 28 luglio 2013. Il bus Volvo bianco percorre l’autostrada A16 Napoli – Canosa, imboccata al casello di Benevento, per dirigersi verso Napoli e poi a Pozzuoli, dove la maggior parte dei viaggiatori risiede. Ma il pullman guidato da Ciro Lametta, partito da Pozzuoli 3 giorni prima per andare a Telese Terme e Pietralcina, a Pozzuoli non arriverà mai.

I rumori sospetti

Superata l’uscita Avellino Est i passeggeri avvertono sotto il pianale del bus strani rumori, via via più forti. Il mezzo supera l’uscita di Avellino Ovest e comincia la lunga salita in territorio di Monteforte Irpino. C’è un tunnel e lì i rumori si avvertono distintamente. Nel bus cala il silenzio e i passeggeri cominciano a mugugnare e a chiedere all’autista di fermarsi e di controllare cosa stia accadendo. Ciro Lametta tira dritto. Ma dopo il tunnel comincia una lunga discesa, ed è in quel momento che un giunto dell’albero di trasmissione si rompe e trancia l’impianto frenante.

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Neppure il freno motore riesce a far rallentare la marcia. Nel pullman si scatena il panico. Il Volvo Bianco non riesce a spostarsi sulla corsia di emergenza, tampona varie auto, a oltre 100 chilometri orari urta per la prima volta la barriera del viadotto Acqualonga. Rimbalza, e poi sperona altre auto e ritorna contro la barriera, che per la seconda volta respinge il mezzo pesante, che continua a urtare altre auto. Ne colpirà dieci prima di arrivare quasi perpendicolare ai new jersey esterni del viadotto.

Il volo dal viadotto

L’ultimo impatto provoca la rottura della barriera, che quasi integra si stacca dal cordolo del ponte e precipita. Il bus resta sospeso per una manciata di secondi nel vuoto e poi precipita con l’avantreno nella scarpata Acqualonga.

Sono i secondi più lunghi della vita di 9 persone, gli unici sopravvissuti della comitiva di 49 gitanti. Non è ancora buio e l’autostrada diventa un unico serpentone di auto che si fermano prima di un ponte che non ha più una barriera ed è invaso da vetture incidentate e persone ferite che chiedono aiuto. Giù nella scarpata c’è una casa e gli abitanti chiamano subito i soccorsi. Telefonate al 118 e ai vigili del fuoco che si incrociano con quelle di chi si trova sopra il viadotto.

I primi soccorsi

I primi soccorsi accorrono sul viadotto, e un vigile del fuoco si cala con un’imbracatura e comprende la situazione. Squadre di soccorritori raggiungono la scarpata di Acqualonga, a Monteforte Irpino da tutta la Campania e anche dal Lazio e dalla Puglia.

Vengono trasportati negli ospedali di Avellino, Solofra, Napoli e Nola i feriti che si trovano sul viadotto e i superstiti del pullman. Ci sono anche bambini, tutti salvi, perché si trovavano nei sedili posteriori, in fondo al bus, ma sono feriti. Poi comincia la conta dei morti. Per estrarli dalle lamiere conficcate nel terreno si usa anche un escavatore. Le salme vengono ricomposte e allineate sulla strada.

E’ notte fonda e servono 40 bare. Le imprese funebri arrivano da tutta la Campania e la palestra di una scuola di Monteforte Irpino viene utilizzata come obitorio per consentire ai tre medici legali di effettuare gli esami esterni e stabilire le cause della morte. E’ il più grave incidente stradale della storia italiana. e nel piazzale della scuola, sotto un sole cocente si radunano i familiari delle vittime.

Il riconoscimento delle vittime

Arrivano da Pozzuoli e raggiungere Monteforte Irpino non è stato semplice: l’autostrada è chiusa e le strade statali bloccate per ore, prima che il traffico del rientro dalle ferie di luglio si esaurisca. Aspettano di conoscere la sorte dei loro cari. Per ore sanno solo che i loro congiunti si trovavano su quel pullman, e partecipano alla terribile “lotteria”: a turno vengono chiamati a riconoscere quei resti ricomposti. Tutti escono distrutti da quella palestra, ma qualcuno ritrova la speranza per non aver visto il padre, la madre, la sorella o il fratello tra quelle riconosciute da un bracciale, da un anello, da un abito.

Per due giorni i bambini sopravvissuti si trovano da soli nell’ospedale Santobono di Napoli. Genitori o familiari non sono stati avvisati e qualcuno non sa di essere stato strappato per sempre alla famiglia. I funerali solenni si svolgono il 31 luglio nel palazzetto dello sport di Pozzuoli. Un dolore composto di tutta una comunità con le più alte cariche dello Stato a rendere omaggio alle vittime e ad assicurare verità e giustizia ai familiari. 

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