Il Pd si è spaccato sugli accordi con la Libia 


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Scoppia un nuovo caso all’interno del Partito Democratico, questa volta sulla proroga delle missioni all’estero e, in particolare, sulla Libia. Il gruppo parlamentare dem alla Camera, infatti, ha proposto una propria risoluzione che mira a rafforzare gli aiuti con l’obiettivo di accelerare la stabilizzazione del Paese.

Primi firmatari della risoluzione sono l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti – che degli accordi con la Libia è stato l’autore nel governo Gentiloni – e la deputata Lia Quartapelle. Il documento presentato dal Pd, tuttavia, non è piaciuto a una fetta del partito, in tutto 6 deputati, che hanno preferito firmare la risoluzione trasversale presentata dal deputato Leu Erasmo Palazzotto, che mira alla sospensione degli accordi con la Libia, anche alla luce delle condizioni in cui sono detenuti in quelli che appaiono come dei veri e propri lager. “Appare evidente l’urgenza di sospendere tutti gli accordi con la Libia in materia di controllo dei flussi migratori”, si legge nella risoluzione.

Mercoledì, in occasione delle votazioni sulle risoluzioni, il Partito Democratico rischia così di ritrovarsi spaccato su un tema che, almeno sulla carta, dovrebbe essere una bandiera del centrosinistra: l’accoglienza e i diritti umani. Certo, se dovesse passare la risoluzione di maggioranza, le altre decadrebbero automaticamente e il tutto si risolverebbe in un fuoco di paglia, ma la frattura nel partito è oramai aperta.

Il capogruppo Graziano Delrio, intercettato dai cronisti in Transatlantico, non sembra però preoccupato e assicura: “Abbiamo presentato una risoluzione per rafforzare l’aiuto e continuare così nel percorso di stabilizzazione della Libia. La risoluzione del gruppo è quella, qualcuno chiede di rivederla, ci può stare. Ma la risoluzione è depositata e rimane quella”.

Il vicesegretario del partito Andrea Orlando dribbla invece le domande dei cronisti: “Non ho ancora parlato di questo con il capogruppo, ne discuteremo”, dice.

Di sicuro, la situazione mette in imbarazzo i vertici del partito – in molti, tra i componenti della segreteria, sono presenti a Montecitorio per le votazioni sulle ratifiche dei trattati internazionali – alcuni dei quali tradiscono un certo nervosismo. Gli occhi sono puntati proprio verso Delrio, anche perché il ricordo dell’incidente sui minibot, quando il gruppo votò la mozione salvo tornare sui propri passi, è ancora vivo: è l’ennesima vicenda che riguarda la gestione del gruppo parlamentare, è il ragionamento che viene fatto spiegando che, prima di presentare la risoluzione, è stata fatta più di qualche riunione.

Insomma, si sottolinea ancora, la risoluzione ha avuto più livelli di mediazione. Ma non mancano nemmeno le accuse a Matteo Orfini, ex presidente del partito sotto la segreteria Renzi e Martina, critico nei confronti della linea Minniti sui migranti almeno quanto lo è stato Graziano Delrio (che oggi si trova, da capogruppo, a dover difendere proprio quella linea ribadita sostanzialmente nella risoluzione presentata).

Da qui la risposta dei capigruppo Pd in commissione Esteri di Camera e Senato, Lia Quartapelle e Alessandro Alfieri, e quelli delle commissioni Difesa, Alberto Pagani e Vito Vattuone, non esattamente dei ‘zingarettiani’ , indirizzata ai sei dissidenti del partito: “Rivedere gli accordi Gentiloni-Serraj toglierebbe al nostro Paese uno strumento fondamentale per mantenere una collaborazione con le municipalità locali e dare copertura alle organizzazioni internazionali e alle Ong che oggi operano nei campi per fornire assistenza sanitaria, nonché monitorare lo stato dei diritti umani nei centri di permanenza.”, spiegano i parlamentari dem.

“Non è abbandonando la Libia al proprio destino ma solo con una maggiore e consapevole presenza italiana che si salvano le vite umane e si assicura la tutela dei diritti umani. Per questo abbiamo presentato una risoluzione alternativa al governo, che fa seguito al voto sulle missioni già avvenuto nelle commissioni competenti”.

Nel merito, la risoluzione Minniti-Quartapelle muove dalla convinzione che arretrando il raggio d’azione di Mare Sicuro, così come fatto dal governo, si siano affidate parti qualificanti dell’operazione alle autorità libiche, mezzi, strumentazione, funzioni di controllo, monitoraggio e coordinamento alle autorità libiche: “Funzioni che guardia costiera e forze di sicurezza libiche non possono garantire secondo gli standard del dispositivo italiano, sia in termini di capacità operative sia di tutela dei diritti umani, soprattutto in una fase di crescente conflittualità in Libia.

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Autore dell'articolo: admin