Il Pd continua a rinviare le decisioni sul proprio futuro


Il Pd continua a rinviare le decisioni sul proprio futuro

Minichiello / AGF 


Nicola Zingaretti




Tra circoli che non riescono a votare, rinvio del termine dei congressi locali e guerra di cifre tra mozioni contrapposte, la corsa alla segreteria del Partito Democratico si fa ogni giorno più caotica.

Il presidente della Commissione Congresso, Gianni Dal Moro, ammette che “vista la difficoltà manifestata da diversi circoli a terminare la propria fase di convenzione, ha deciso all’unanimità di prorogare la votazione nei circoli fino a domenica 27 gennaio”.

Calabria e Sicilia nel caos

A questo, si aggiungono le voci che parlano di voti irregolari, con le dimissioni della segretaria del VI Municipio di Roma, la giovane orfiniana Nella Converti. I problemi maggiori, tuttavia, si stanno registrando al Sud, con Calabria e Sicilia in testa.

La prima regione è fresca di commissariamento, con Stefano Graziano insediato da pochi giorni e alle prese con la diffidenza delle truppe del governatore Mario Oliverio.

Sull’isola, dopo la battaglia per la guida del partito, le assise sono andate a rilento: finora si è votato in cinque province (Agrigento, Caltanissetta, Catania, Messina e Ragusa), ma in nessuna le operazioni sono state del tutto completate.

Ancora 48 ore di confronto nel Pd

Dunque: ancora 48 ore di confronto in attesa che l’attenzione si focalizzi ai gazebo. A guardare i numeri, sia quelli ufficiali che quelli ufficiosi, Nicola Zingaretti è ancora in testa. Le prime cifre diffuse dalla Commissione Congresso – quelle relative alla giornata di domenica scorsa – sembrano confermare gli ultimissimi trend, con Nicola Zingaretti in testa e Maurizio Martina a inseguire: “Gli iscritti interessati al voto sono stati pari al 46.5% della platea congressuale. L’affluenza sulla platea degli aventi diritto è stata del 51.05% pari a 93.000 votanti. I risultati parziali di ogni candidato sono nel ordine: Zingaretti 48,5%, Martina 35,1%, Giachetti 12,8%, Boccia 2.3%, Saladino 0,67% Corallo 0,63%”.

E tuttavia fonti parlamentari dem sottolineano come il dato di oggi, ancora parziale e in attesa della verifica della Commissione Congresso, veda aumentare il vantaggio del governatore del Lazio: stando ai risultati relativi a circa il 90% dei circoli, Nicola Zingaretti sarebbe in vantaggio con 1.559 circoli, pari al 56% del totale. Secondo si posizionerebbe Maurizio Martina con 844 circoli, 30,3% del totale. Terzo Roberto Giachetti con 211 circoli, 7,6% del totale. Staccati Francesco Boccia (22 circoli, 0,3%), Dario Corallo (3 circoli, 0,1%) e Maria Saladino (3 circoli, 0,1%).

Se si guarda ai coordinamenti provinciali, Zingaretti ne ottiene 72, pari al 59,5% del totale; Martina 23, pari al 19% del totale; Giachetti 2, pari all’1,7%. Un solo coordinamento provinciale per Boccia (0,8%), nessuno per Corallo e Saladino. Numeri che accendono in confronto con gli esponenti della mozione Martina che attaccano il diretto concorrente: “Io penso che il nuovo segretario del Pd non possa fare due mestieri perché è troppo grande e importante questa sfida di rilancio del nostro partito per il Paese per dedicarsi part-time a questo impegno. Serve un segretario che faccia solo il segretario, che giri il Paese con continuità, che curi il nostro partito ogni giorno”.

Il governatore del Lazio non risponde, ma guarda i dati e si dice “molto contento, sono contento del clima, dell’atmosfera, del fatto che è passato un messaggio semplice, cioé che bisogna cambiare, che questo partito sta ritrovando la voglia di mettersi in gioco. Otto mesi fa – ha aggiunto – la discussione era se ci scioglievamo. Oggi il Pd sta tornando al centro di qualsiasi ipotesi di ricostruzione di un’alternativa a questa maggioranza. Era il mio primo obiettivo”.

I malumori della minoranza

Un riferimento a Carlo Calenda che, con la proposta di una lista unitaria in chiave anti sovranisti ha contribuito, quanto meno, a riportare l’attenzione su un congresso che sembrava doversi trascinare fino alle primarie di marzo. Oltrepassate le centomila firme, tuttavia, non è ancora chiaro quale sarà lo schema da cui la lista unitaria prenderà forma.

La richiesta di alcuni deputati dell’ex maggioranza renziana di costruire la lista che sia un Pd allargato, convogliando soltanto sigle minori (secondo una interpretazione della ‘vocazione maggioritaria’ di veltroniana memoria) non è stata recepita da Calenda: “Sul simbolo non ho alcun pregiudizio, anzi. Sulla lista come Pd allargato mi spiace ma non sono d’accordo. Dobbiamo costruire un fronte molto più ampio su obiettivi comuni. Il manifesto Siamo Europei serve a questo”.

E’ proprio questo il punto che tiene lontani, almeno per ora, Matteo Renzi e gli esponenti che guardano ancora a lui come leader dal progetto di Calenda. Progetto aperto, ma con qualche paletto. No alle forze anti europeiste naturalmente: “Lega e M5s stanno portando l’Italia ai margini, non ci si può alleare”, dice Calenda. Porte chiuse, per il momento, a Pier Luigi Bersani che “ha detto che l’idea non lo interessa”, a Massimo D’Alema che “dice che bisognerà cercare l’alleanza con i Cinque Stelle” e anche Michele Emiliano, rivale da cosi’ tanto tempo da avere instaurato con Calenda un rapporto quasi simbiotico, almeno sui social network.

E così, quando un follower spiega che “se caso mai Michele Emiliano si dovesse affacciare a sostenere il suo progetto”, il manifesto europeista lanciato da Carlo Calenda, “me ne scappo a gambe levate”, l’ex ministro dello Sviluppo Economico risponde ironico: “Ma come faccio a tenerlo fuori. Con il rapporto che abbiamo. Non puoi chiedermi questo sacrificio”. E per lanciare la lista anche nei territori, oltre che sul web, Calenda prepara un tour per l’Italia. 

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Autore dell'articolo: admin