Il Nord chiede il controllo delle risorse idriche


La secessione delle regioni ricche accelera. Nei prossimi giorni inizierà l’iter parlamentare di un processo che dovrebbe trasferire la competenza (e le risorse) su 23 materie importanti alle Regioni del Nord.

Il manifesto ha da tempo acceso i riflettori sui pericoli di una prospettiva che amplierebbe le differenze economiche fino a deflagrare la stessa idea di unità del Paese e di solidarietà. Intanto le regioni del Nord si apprestano a mettere le mani su quanto considerano “loro” attraverso le norme ordinarie. Nel Decreto semplificazioni approvato dal Senato è previsto il trasferimento alle Regioni delle centrali idroelettriche oggi in concessione. Allo Stato verrà tolta la proprietà e la possibilità di stabilire le regole per la gestione, ma soprattutto la riscossione dei ricchi canoni di cui beneficeranno direttamente Lombardia, Veneto e le altre Regioni del Nord dove si trova larga parte delle dighe e delle condotte costruite all’inizio del secolo scorso. L’obiettivo è economico, far rimanere i soldi dell’acqua nei territori, ma secondo una folle teoria per cui l’acqua è pubblica ma ogni territorio ne è padrone. Una tesi pericolosissima, che mette in crisi ogni idea di solidarietà territoriale ma anche di corretta gestione di una risorsa delicata e, non dimentichiamolo, sempre più a rischio per i cambiamenti climatici. Secondo questo principio si potrebbe arrivare a dazi regionali per l’acqua che scende dalle Alpi verso la pianura Padana o dall’Appennino verso Firenze e Roma, dalla Lucania alla Puglia.

L’Italia è una sola e non può tornare nel Medioevo. Quanto sta accadendo sull’idroelettrico, nel più completo silenzio parlamentare, è solo l’antipasto di una riforma istituzionale che rimetterebbe in discussione i principi stessi di unità del Paese perché costruito senza alcuna riflessione sulle conseguenze di lasciare le risorse e le competenze laddove vengono versate le tasse. Semmai il problema da cui partire sono proprio le condizioni di accesso ai servizi pubblici nelle diverse regioni, perché esistono diseguaglianze inaccettabili su cui occorre intervenire.

Nel Rapporto Pendolaria che Legambiente ha presentato ieri a Roma viene descritta la situazione dei treni nel nostro Paese e la situazione che vivono i cittadini del Sud. Il numero dei treni del servizio regionale in circolazione al Sud e’ inferiore a quelli della sola Lombardia. Senza considerare che l’Alta Velocità si ferma a Salerno, che gli intercity sono di meno e i treni sono più vecchi e lenti. Vale per i treni come per altri servizi essenziali, e con la riforma istituzionale questa situazione già inaccettabile di per se, potrebbe addirittura peggiorare. Abbandonando il Sud al suo destino e con le Regioni del Nord che si potrebbero gestire direttamente le risorse, già squilibrate, che ricevono oggi dallo Stato. Proprio la chiave ambientale risulta interessante per raccontare la miopia di un modello dove chi è più ricco si prende la fetta più grande del bilancio pubblico. Perché l’inquinamento o la tutela di aria, acqua, suoli non è un problema diverso se lo si affronta a Milano rispetto a Bari.

L’opposizione a questo progetto politico devastante deve puntare a far capire agli imprenditori che avrebbero solo più problemi da regole e controlli diversi nelle 20 Regioni. E a chi vive nella pianura Padana spiegare che diventerà ancora più difficile affrontare problemi che non si fermano ai confini regionali, come lo spaventoso inquinamento atmosferico della più ricca pianura italiana. Semmai la risposta ai problemi di questo Paese sta in un più forte ruolo di indirizzo, regia dei processi e di controllo da parte dello Stato e poi nel ridare forza e protagonismo ai Comuni, che rappresentano il vero snodo delle politiche territoriali. In poche parole un progetto politico alternativo che punti a dare davvero forza e identità a un Paese che sembra aver perso la bussola per il futuro.

*Vicepresidente Legambiente


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