Il Nobel Watson non è affatto nuovo a gaffe su neri, donne e omosessuali 


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 (Afp)


  James Watson 




Gli studi di James Watson, che l’hanno portato all’inizio degli anni ’60 alla fenomenale scoperta della struttura a doppia elica del DNA e che gli garantiranno nel 1962 la conquista del Nobel per la medicina, sono ormai messi in ombra dalle dichiarazioni rilasciate negli ultimi anni.

Le prime le aveva rilasciate al Sunday Telegraph: “Se si potesse trovare il gene che determina la sessualità, e una donna decidesse che non vuole avere un figlio omosessuale, beh, io l’appoggerei” e rincarando la dose sostenendo che “la gente pensa che sarebbe orribile se facessimo tutte le ragazze belle, io credo invece che sarebbe meraviglioso” scatenando una prevedibile bufera; poi nel 2007 il disastro: durante il tour promozionale di un suo libro, parlando con The Sunday Times Magazine dichiara si essere “intrinsecamente triste per la prospettiva dell’Africa. Tutte le nostre politiche sociali si basano sul fatto che la loro intelligenza sia uguale alla nostra, mentre tutti i test a nostra disposizione non lo dicono affatto, anzi la realtà dei fatti è completamente differente”.

La Royal Society cancella la sua conferenza, ma soprattutto il Cold Spring Harbor Laboratory, che guida dal 1968, lo sospende dalla carica di rettore e sarà riammesso solo due anni più tardi alla guida della ricerca in qualità di rettore emerito.

Due giorni dopo in una lettera al The Independent si auto celebra come un uomo coraggioso in grado di assumersi la responsabilità delle sue dichiarazioni. L’attacco infatti è il seguente: “La scienza non è estranea alle polemiche. La ricerca della scoperta, della conoscenza, è spesso scomoda e sconcertante. Non mi sono mai rifiutato di dire ciò che ritengo sia la verità, per quanto difficile possa rivelarsi”.

Il lavoro è perso e Watson cade in disgrazia, viene salvato solo da un miliardario russo, Alisher Usmanov, che decide di acquistare per la cifra record di 4,1 milioni di dollari la sua medaglia del Nobel, che poi gli verrà riconsegnata ugualmente come regalo personale. Ma nonostante le sue idee non gli abbiano causato che guai, nel 2012 ci ricasca e, ospite del Neuroscience Open Forum di Dublino, dichiara tranquillamente che “avere tutte queste donne attorno rende sicuramente il lavoro più divertente per gli uomini, ma credo anche che siano probabilmente inutili”.

Oggi, ormai novantenne, punzecchiato sull’argomento all’interno di un documentario dal titolo “Decoding Watson”, da febbraio disponibile su Amazon Prime Video, non ritratta affatto la sua teoria, dicendo che gli piacerebbe credere che le influenze ambientali contino più delle differenze biologiche, ma il divario di prestazioni intellettuali tra bianchi e neri ha basi genetiche.

Questa dichiarazione, rilasciata in realtà, come ricorda The Guardian, la scorsa estate, sancisce definitivamente la rottura con la comunità scientifica che, unanime, ha deciso non solo di smentire, ma di prendere le distanze dalle dichiarazioni e la figura stessa di Watson. Così come il Cold Spring Harbor Laboratory, che revoca qualsiasi posizione emerita assegnatogli e commenta le parole di Watson con una nota pubblicata sul sito ufficiale: “sono riprovevoli, non supportate dalla scienza e non rappresentano in alcun modo le opinioni di CSHL, dei suoi fiduciari, docenti, personale o studenti. Il Laboratorio condanna l’abuso della scienza per giustificare il pregiudizio”.

A seguito di queste dichiarazioni c’è anche chi ipotizza un intervento dell’accademia svedese per il ritiro ufficiale del Nobel.

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