Il confine irlandese è il nuovo fronte della rivolta interna contro Theresa May


Il confine irlandese è il nuovo fronte della rivolta interna contro Theresa May



Il vertice informale dei capi di Stato Ue, che si terrà mercoledì e giovedì a Salisburgo, avrà il negoziato sulla Brexit tra i punti all’ordine del giorno. La testa di Theresa May sarà però probabilmente altrove, alla conferenza dei Tories prevista a ottobre, quando nel partito ci si conterà tra chi sostiene la linea ‘soft’ della premier e l’ala dura del ‘Leave’, capeggiata da Jacob Rees-Mogg e dall’ex ministro degli Esteri, Boris Johnson, i cui attacchi nei confronti di May sono diventati negli ultimi giorni sempre più virulenti. 

Ancora oggi, in un’intervista alla Bbc, forte delle aperture ricevute dalla Commissione Europea, May ha ribadito che l’unico piano in discussione è quello concordato lo scorso 6 luglio dal Consiglio di Gabinetto (il cosiddetto ‘piano dello Scacchiere’) e l’alternativa è un “no deal”, quell’uscita disordinata senza accordo che avrebbe gravi ripercussioni sull’economia britannica, come ha ricordato ieri il ministro dell’Economia, Philip Hammond, dopo un incontro con la direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde. La proposta prevede che Londra e Bruxelles siglino un “codice di regole comuni” sul settore alimentare e lo smercio di beni, in modo da evitare che sorga una frontiera doganale vera e propria tra Irlanda e Irlanda del Nord. Secondo Johnson, tornato al suo vecchio lavoro di editorialista strapagato per il Telegraph, Londra andrà così incontro a “un incredibile incidente politico”, un “totale smantellamento della Brexit” che lascerebbe il Regno Unito nel ruolo di “stato vassallo della Ue”. 

L’assedio dei falchi

Ha rincarato la dose Steve Baker, ministro della Brexit per un mese, chiamato a sostituire il ‘falco’ David Davis e dimessosi il 7 luglio in polemica con il piano approvato dal Consiglio di Gabinetto. Secondo Baker, l’opzione migliore sarebbe un accordo di libero scambio sul modello del Ceta, l’intesa tra Ue e Canada. Per Rees-Mogg, che nel tempo libero guida un pensatoio pro-Brexit, l’European Research Group (Erg), uno scenario senza accordo non sarebbe la fine del mondo perché varrebbero le regole dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (Wto). “La tesi del primo ministro è che la sceltà è tra il sui piano e le regole Wto. In tal caso, meglio le regole Wto”, afferma il parlamentare conservatore, “l’unica ragione per cui abbiamo il piano dello Scacchiere è perché May non è stata in grado di elaborarne uno migliore. Non è una questione di bianco o nero”.

Il confine irlandese è il nuovo fronte della rivolta interna contro Theresa May

 Jacob Rees-Mogg

“Pensate davvero che l’Unione Europea sia disposta a negoziare un piano migliore di questo?”, era stata la risposta preventiva ai critici fornita da May alla Bbc. E cosa ne pensa la premier della proposta dell’Erg di spostare i controlli doganali in un’area diversa dalla frontiera, pur di non lasciare Belfast in balia dell’odiato mercato comune? “Non si risolve la questione avendo una frontiera 20 chilometri all’interno dell’Irlanda o venti chilometri all’interno dell’Irlanda del Nord. Resta una frontiera”, ha proseguito, “quello che abbiamo fatto è ascoltare il popolo dell’Irlanda del Nord. Non vogliono una frontiera. L’unica proposta che li accontenta assicurando di non smantellare il Regno Unito è il piano dello Scacchiere”.

In alternativa alla permanenza del mercato comune, la Ue, spiega May, aveva proposto di ‘scorporare’ l’Irlanda del Nord da un eventuale trattato di libero scambio, il che “avrebbe distrutto il Regno Unito”. “Entrambe queste proposte erano inaccettabili per noi”, conclude la premier, rivendicando di essere stata in grado di trovare un compromesso tra esse. E Johnson, ricorda l’ufficio stampa di Downing Street, ha lasciato il governo ben sette mesi dopo aver sottoscritto il rapporto congiunto di dicembre con il quale era stato previsto il compromesso sul confine irlandese che ora definisce un “abominio costituzionale”.  

I Tories alla conta

Il problema principale è che May non può in alcun modo ignorare la minoranza riottosa. La Camera dei Comuni dovrà esprimersi prima o poi sull’accordo commerciale che verrà stretto con Bruxelles e il governo ha una maggioranza di appena due seggi e si regge sui 10 voti degli Unionisti dell’Irlanda del Nord. Non importa, quindi, se la pattuglia di potenziali “ribelli” pronti a sfidare May siano, a seconda della fonte, una dozzina o una quarantina.

Secondo i media britannici, l’11 settembre Rees-Mogg ha riunito i suoi in vista della conferenza del partito per studiare la possibilità di lanciare una sfida esplicita alla premier proponendo Johnson a capo del partito. Per imporre una nuova elezione interna basta la firma di 48 deputati, grossomodo il numero di parlamentari che sarebbe stato presente alla riunione. “Chiacchiere a tempo perso”, secondo il ministro dell’Ambiente, Michael Gove, che appartiene anch’egli all’ala dura del ‘Leave’ ma finora rimane leale al primo ministro. Anche il fronte dei duri della Brexit non appare quindi compatto. Quel che bisogna chiedersi è se i “lealisti”, più che salvare la May, non vogliano spostare a un momento più favorevole lo scontro finale per la leadership.

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Autore dell'articolo: admin