Il cinema d’animazione di Mariusz Wilczyński


Mariusz Wilczyński (Łódź, Polonia, 1964) è animatore, regista, sceneggiatore, scenografo, performer, pittore, docente. Come animatore ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui Miglior Film d’Animazione al Chicago International Film Festival nel 2005 per il film Niestety (Unfortunately, 2004) e Miglior Film d’Animazione all’European Independent Film Festival di Parigi con Wśród nocnej ciszy (In the Stillness of the Night, 2000). Nel 2007 il MoMA di New York gli ha dedicato una retrospettiva in cui ha presentato la prima mondiale del suo corto Kizi Mizi. Laureato all’Accademia di Belle Arti di Łódź, ha conseguito il dottorato di ricerca in animazione presso l’Università statale Leon Schiller di cinema, televisione e teatro di Łódź nel 2010. Da una dozzina di anni sta lavorando al lungometraggio Kill it and leave this town la cui presentazione è prevista per quest’anno. Bergamo Film Meeting presenta tutti gli 11 lavori dell’artista. Per sua gentile concessione pubblichiamo un estratto dal catalogo.

La solitudine dei sogni rattrappiti

Affascina poco a prima vista, quasi respinge, l’animazione sgraziata e apparentemente non curata dell’artista polacco Mariusz Wilczynski. Poi, senza la fretta solitamente imposta dai canoni spettacolarizzanti delle grandi produzioni commerciali, abbandonandosi alle tenui suggestioni e atmosfere delle sue esili costruzioni, si viene introdotti in un universo libero e anarcoide, critico e poetico, crudele ma non aggressivo. Gli episodi che compongono la filmografia del regista di Lodz presentano narrazioni fragili, di accesso non immediato, che colpiscono prima come situazioni in essere più che come storie compiute. Sono i personaggi con le loro peculiarità, le scarne ambientazioni, la musica curata, varia e adatta ad ogni singola situazione ad accogliere per primi lo spettatore. E’ come se gli elementi costitutivi l’opera prendessero il sopravvento sul risultato complessivo, almeno secondo le consuetudini di fruizione, per contare più della trama in sé. E allo stesso tempo permane la sensazione anche di una certa noncuranza dell’autore per quanto riguarda stile, estetica, struttura, contenuto. Ma l’apparenza inganna.

Intanto è ben radicato nella cultura cinematografica l’approccio di Wilczynski, come si evince già in Times have passed (1998) in cui cita esplicitamente pietre miliari e icone della storia del cinema. Da Tempi moderni di Chaplin a Gli uccelli di Hitchcock, da La corazzata Potemkin di Eisenstein alle fascinose dive quali Marilyn Monroe e Marlene Dietrich, per non dire della colonna sonora con la musica di Nino Rota, il regista racchiude in tre minuti e mezzo una sintesi di cultura filmica come nutrimento fondamentale dell’immaginario collettivo. E’ questo sogno di massa, ma ad assunzione individuale, una possibile alternativa alla concreta ripetitività della vita quotidiana scandita dalla solita sveglia alla solita ora, della gestualità replicata della sigaretta fumata e dello spazzolino che lava i denti per finire, come ogni giorno,davanti alla catena di montaggio. E qui l’incontro e l’identificazione con la finzione filmica si accavallano e si confondono. L’operaio, individuo alienato risucchiato dall’ingranaggio come nel film di Chaplin, vi trova una via di fuga dalla prigionia della fabbrica-gabbia, ma anche –con un amaro riavvolgimento finale- viene risputato nel suo grigio tran-tran giornaliero. Il confine fra realtà materiale e sfera immaginabile può essere travalicato, ma non in via permanente. Gli ingranaggi di una macchina complessa e struttura sovrastante (l’industria anche cinematografica, il sistema capitalistico, la vita determinata dai dettami della produttività, i comportamenti costrittivi introiettati) possono concedere l’accesso programmato a un’altra vita possibile, ma poi riportano l’individuo debole, ancor di più se solo, ad essere funzionale al sistema.

La precarietà esistenziale della persona è quindi definita dai contorni tremolanti e stranianti dell’animazione. A evidenziare ulteriormente la fragilità e fugacità della vita è il tempo, scandito ossessivamente dagli orologi ricorrenti nei film di Wilczynski. Il tempo passa e non si può fermare, né scappando per inconsistenti sfere immaginarie, né abbarbicandosi ai propri ricordi. Ce lo rammenta anche Kizi Mizi (2007) dove le lancette segnano ogni giorno la stessa ora, rappresentando un tempo fermo, immobile e senza sviluppi. Intreccio amoroso a tre fra una topina e due gatti, condito dal tradimento e la conseguente solitudine, il film animato è intessuto sul morbido blues Need Your Love So Bad dei Fleetwood Mac di Peter Green. Questa assenza cronologica si combina con l’annullamento delle azioni o, al limite, la ripetizione disperante dei soliti movimenti in cui emerge in tutta la sua triste drammaticità la solitudine. Qui l’autore tira ulteriormente, rispetto ai suoi lavori precedenti, le corde dell’immobilismo, dell’inazione e della monotonia. Ne scaturisce un potenziale conflitto con l’abitudine fruitiva media dello spettatore, per favorire una sensazione dolorosa per il desiderio, la nostalgia e la solitudine messe in scena. Realizzato appositamente per la retrospettiva che il Moma di New York dedicò a Wilczynski, Kizi Mizi conclude un lungo percorso di arte animata improntato all’individuazione di sé e alla riflessione interiore che per l’autore troverà il suo approdo definitivo in Kill it and leave the town. […] Questo interrogarsi come persona può essere visto anche come rilettura autocritica dell’artista libero e anarchico, quasi infantile nell’uso irresponsabile della creatività, che si misura con una dimensione più matura. Forse va in questa direzione la volontà dichiarata di realizzare in seguito solo adattamenti di opere letterarie a partire da Il Maestro e Margherita di Bulgakov che nelle intenzioni sarà un film musicale.


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