Il cielo stellato non lo vedo più. Ma ho accettato la mia malattia e ho scoperto il mondo dei non vedenti. Grazie a loro ho ricominciato a fare cose che non avevo più il coraggio di fare: sciare, andare in bici, scalare le montagne


GettyImages

GettyImages

«Guarda che cielo stellato c’è stasera. È fantastico!». Io guardavo e non vedevo niente. «Ma come, non vedi niente, che sei cieco?».

Ecco, la mia malattia è nata così. O meglio, la consapevolezza che c’era qualcosa che non andasse. La malattia c’era da sempre, ma quelle poche parole scambiate in un giardinetto una sera d’estate, mentre si fumavano di nascosto le prime sigarette, mi hanno aperto gli occhi, se così si può dire. E poi l’oculista del distretto militare, mentre ti riforma permanentemente e ti dice: «Il tuo problema non è il servizio militare, è che diventerai cieco».  Prima «retinite pigmentosa» era un’espressione difficile da memorizzare e, ancor più, da comunicare. Di lì a poco è, invece, diventata un peso enorme da portarsi dietro, da nascondere finché si poteva, da negare anche a se stessi. Anni buttati via.

Per «fortuna» le cose sono talmente peggiorate che, ad un certo punto della mia vita, mi sono detto: «così non si può andare avanti. O faccio qualcosa o scoppio». Ed ho fatto qualcosa: ho accettato di essere un disabile visivo. Da quel momento non ero più una persona normale con grossi problemi di vista, ma una persona con grossi problemi di vista che cercava, desiderava, pretendeva di avere una vita la più normale possibile. Sempre che ci sia una definizione accettabile di normalità. Ed ho scoperto il mondo dei non vedenti e degli ipovedenti, le loro attività, le loro follie, la loro amicizia. Ho ricominciato a fare cose che non avevo più il coraggio di fare: sono tornato a sciare, ad andare in bici, a scalare le montagne, a viaggiare… Ed in questo percorso ho incontrato anche il Polo Nazionale dove sono seguito, il bastone bianco che tanto ha migliorato la mia qualità di vita, il confronto con chi aveva la mia malattia e lo scambio di opinioni e di esperienze, il gruppo di auto e mutuo aiuto. Un percorso che non è affatto finito, fatto di alti e bassi, faticoso.

Tanti anni fa una ragazza mi regalò un magnete in cui c’era una lumachina con la scritta: «Se solo riesco a partire, non mi ferma nessuno». Io sono partito. Oramai sono in cammino. E sono in cammino con la consapevolezza dei miei limiti e delle mie possibilità. So che posso arrivare ovunque, certo a modo mio, ma ovunque. A patto che mi dia la libertà di chiedere aiuto.

È fondamentale avere il coraggio, la leggerezza, l’umiltà di rivolgerci a chi ci può aiutare. Non è una sconfitta, è una conquista. E le cose viste da qui appaiono più relative, inserite in un contesto più ampio dove tutto sembra un po’ più chiaro, dove il caos quotidiano non è il tutto, ma parte del tutto. Dove le persone valgono per quello che dicono e pensano, non per come appaiono. Non poter giudicare l’aspetto esteriore delle persone ti permette di approcciarti all’altro con meno pregiudizi, con la voglia di ascoltare cosa hanno da dire. Come dicevo, la strada è molto lunga e faticosa; ma del resto ognuno di noi affronta un proprio percorso di vita non privo di inciampi, di cadute e di salite da superare. In questo non credo di essere diverso da chiunque altro. Sono quella «lumachina», certo vado piano, ma almeno mi godo il paesaggio.

P. T.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


Pagina ufficiale: http://xml2.corriereobjects.it/rss/salute.xml

Autore dell'articolo: admin