Il cervello è più reattivo in settembre, sembra più «giovane» di cinque anni


Le attivit cognitive hanno una ritmicit annuale, che raggiunge il picco di qualit alla fine dell’estate e all’inizio dell’autunno. Giusto il periodo appena trascorso, chiss se qualcuno se n’ accorto e ha pensato di sfruttare in qualche modo questa opportunit.

Le ricerche effettuate

La scoperta stata fatta nel corso di una complessa ricerca che ha analizzato i dati di alcuni grandi studi di coorte realizzati in passato. Gli studi avevano rilevato in diversi momenti dell’anno le attivit cognitive di gruppi di persone di et compresa tra i 60 e i 90 anni, oltre 3000 in totale, alcune delle quali erano affette da varie forme di demenza, mentre altre ne erano immuni. Realizzata dal professor Andrew Lim, del Sunnybrook Health Sciences Centre dell’University of Toronto, e da alcuni collaboratori, la ricerca stata pubblicata sulla rivista PLOS Medicine, e poi segnalata anche su Nature. In uno studio precedente, basato sull’esame di oltre 700 autopsie, pubblicato sulla rivista Nature Communications, il ricercatore aveva gi mostrato l’esistenza di un ritmo stagionale nei processi di espressione genetica e nelle funzioni epigenetiche della corteccia cerebrale. Ora, l’idea di andare a rivalutare gli esiti dei test cognitivi effettuati in diversi studi realizzati in passato in vari paesi, Stati Uniti, Canada e Francia, venuta al professor Lim in analogia a quanto ormai ben noto rispetto alla variazione delle attivit dell’organismo, comprese quelle cognitive, nell’arco delle 24 ore, il cosiddetto “ritmo circadiano”.

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Cervello pi sveglio, dimostra 5 anni meno

Sapendo dell’esistenza di questa variazione, mi sono chiesto se potesse esserci anche una variazione stagionale – dice il professor Lim – e questo specie in un posto come Toronto, dove esistono cambiamenti molto intensi tra una stagione e l’altra. La prima parte della ricerca ha preso in esame i test realizzati su 2761 soggetti esenti da danno cognitivo, tra i quali emersa una evidente stagionalit: coloro che erano stati testati in tarda estate e inizio autunno avevano funzioni cognitive pi “giovani” di circa 5 anni rispetto a coloro che erano stati testati in tardo inverno e inizio primavera. Un andamento simile stato rilevato anche tra le persone con danno cognitivo o affette da malattia di Alzheimer: chi era stato testato in tardo inverno e inizio primavera aveva circa il 30 per cento di possibilit in pi di ricadere in quel momento nei criteri diagnostici di danno cerebrale o di malattia, rispetto a chi era stato testato in tarda estate o inizio autunno. Un effetto che probabilmente spiega anche uno strano fenomeno di cui alcuni clinici si erano gi accorti, quel certo recupero spontaneo ma temporaneo delle abilit cognitive osservato in alcuni pazienti. Perfino il livello di amiloide nel liquido cefalorachidiano, proteina ritenuta responsabile di declino cognitivo, ha mostrato una variazione ad andamento stagionale, anche se solo nei pazienti con danno cognitivo e non in quelli gi affetti da malattia di Alzheimer.

I risultati e i limiti

I risultati di questa ricerca aprono ora la possibilit di provare a sfruttare queste variazioni naturali che mostrano l’esistenza di processi di plasticit mentale anche nelle persone affette da malattia di Alzheimer. C’ qualcosa che accade in queste persone, i cui cervelli hanno grandi quantit di placche, ma qualcosa permette loro comunque di migliorare le proprie abilit cognitive dal tardo inverno alla tarda estate – dice il professor Lim – . Questo importante, dal momento che, se riusciremo a comprendere qual la fonte di tale plasticit, si potrebbe provare a far leva su di essa. Lo studio ha alcuni limiti metodologici segnalati dagli stessi autori, ad esempio il fatto che tutti gli individui sono stati testati una sola volta e non ripetutamente, per cui non stato possibile seguire l’evoluzione delle loro abilit cognitive nel tempo. Inoltre ancora da valutare il ruolo che, nel determinare le differenze stagionali osservate, potrebbero aver giocato fattori non strettamente biologici che possono influenzare le funzioni cognitive, prima tra tutti il livello di attivit fisica. Quest’ultima ormai ben nota per essere uno dei fattori cardine per il mantenimento di buone funzioni cognitive in et avanzata, e potrebbe aver giocato un ruolo anche nel migliorare le prestazioni di chi stato testato in tarda estate inizio autunno, quando le possibilit di stare all’aperto e di fare attivit fisica sono superiori a quelle esistenti in inverno.

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Le prospettive

Ma se invece il miglioramento cognitivo osservato non fosse un artefatto, ma realmente dovuto a un’attivit spontanea e stagionale del cervello, potrebbe aprirsi la strada per ricerche finalizzate a individuare e stimolare i geni che stanno alla base di tale attivit. Dice il professor Philip De Jager, neurologo del Columbia University Medical Center di New York City, autore senior della ricerca: Se riuscissimo a scoprire una piccola molecola o qualche altro mezzo terapeutico capace di mimare questo effetto di miglioramento stagionale, forse si potrebbe massimizzare il livello delle funzioni cognitive di tipo estivo durante tutto l’anno.

3 dicembre 2018 (modifica il 4 dicembre 2018 | 12:37)

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