Il caso di Meng, l’ex capo dell’Interpol cinese sparito e accusato di tangenti


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ROSLAN RAHMAN / AFP


 Meng Hongwei (AFP)




Due settimane fa aveva lasciato la Francia per un viaggio in Cina e poi era svanito nel nulla. La notizia della scomparsa di Meng Hongmei, 64 anni, che oltre a essere il primo cinese a guidare l’Interpol è anche viceministro della Sicurezza pubblica cinese, era stata data venerdì 5 ottobre dalle autorità francesi dopo che di lui non si erano avute più notizie. La moglie di Meng, Grace, aveva detto alla stampa di Lione, dove ha sede l’organizzazione internazionale di polizia, che temeva che il marito fosse “in pericolo” e chiedeva l’aiuto della comunità internazionale. Il 25 settembre scorso aveva ricevuto da Meng un messaggio con il testo “aspetta una mia telefonata”, cui era seguito quattro minuti dopo un secondo e ultimo messaggio con l’inquietante emoji di un coltello. Secondo una fonte che ha parlato con il South China Morning Post, appena arrivato in Cina il funzionario era stato “portato via” dalle autorità disciplinari per un interrogatorio.  Poi, di lui, si erano perse le tracce.

Il governo cinese aveva mantenuto il silenzio. Fino a oggi. Il ministero della Pubblica Sicurezza lunedì 8 ottobre ha fatto sapere che l’ormai ex capo di Interpol “ha preso tangenti”, senza però specificare se sia in stato attualmente di fermo oppure no. Il giorno prima era stato un comunicato pubblicato sul sito della Commissione nazionale di supervisione, l’organismo cui fanno capo le indagini per corruzione in cui sono coinvolti funzionari pubblici, a confermare che Meng era sotto inchiesta perché “sospettato di aver violato leggi cinesi in materia di corruzione” (lo riferisce l’agenzia Xinhua), confermando le indiscrezioni anticipate dal Post.

Il caso di Meng, accusato dal governo cinese di aver intascato tangenti, offusca la governance globale di Pechino e la sua immagine come membro responsabile delle organizzazioni internazionali, scrivono gli analisti interpellati dal Guardian e dal Post. La Cina siede ai vertici di importanti organismi, oltre all’Interpol, quali le Nazioni Unite e la Banca Mondiale.

La polizia cinese, si legge nella nota del ministero della Pubblica sicurezza, metterà in piedi una task force per individuare tutte le persone coinvolte negli episodi di tangenti riconducibili a Meng. La sua “ostinata indipendenza” significa, si legge sempre nella nota, “che può solo incolpare sé stesso per essere stato posto sotto indagine”. Il ministro alla Pubblica sicurezza, Zhao Kezhi, ha convocato nella notte il comitato interno del Partito comunista cinese; dalla riunione sono emersi “sostegno unanime” alle indagini e “lealtà politica assoluta” al presidente Xi Jinping e alla leadership del partito. Il 30 settembre scorso, alla vigilia della settimana di pausa per la festa nazionale (1-7 ottobre), c’era stata una riunione dei leader del partito sul tema della corruzione, alla quale aveva partecipato lo stesso Zhao. 

Il portavoce del ministero degli Esteri, Lu Kang, durante la consueta conferenza stampa di lunedì, non ha specificato se le accuse attribuite a Meng siano legate alle sue funzioni ministeriali o al suo mandato all’Interpol. 

Nella lunga nota, inoltre, il caso di Meng Hongwei viene definito “un grave danno alla  pubblica sicurezza”. 

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ROSLAN RAHMAN / AFP

 Meng Hongwei (AFP)

Il caso rievoca la lunga vicenda che ha portato alla destituzione e all’ergastolo l’ex zar degli apparati di sicurezza cinesi, Zhou Yongkang, condannato nel 2015 per molteplici reati, tra cui corruzione, abuso di potere e diffusione di segreti di Stato. Zhou era ministro della Pubblica Sicurezza di Pechino quando Meng è stato nominato viceministro, nel 2014.

Un segnale dell’imminente caduta in disgrazia di Meng, scrive il South China Morning Post, era stata la sua mancata conferma a membro del comitato centrale del Partito Comunista Cinese, nell’ottobre scorso. Meng era così diventato l’unico dirigente cinese ad avere un incarico ministeriale senza un ruolo apicale nella macchina del potere cinese – quella complessa piramide dove Stato e Partito si sovrappongono.

Nel frattempo, l’organizzazione internazionale di polizia ha annunciato le dimissioni “con effetto immediato” del suo presidente, in carica fino al 2020. Il vicepresidente, il sudcoreano Kim Jong-uang, ha assunto l’incarico ad interim in attesa di nuove elezioni interne.

Meng era diventato capo dell’Interpol nel novembre del 2016 e la sua nomina aveva fatto storcere il naso a chi riteneva che il nuovo presidente potesse usare la sua autorità per favorire i rimpatri forzati di dissidenti ed ex funzionari cinesi fuggiti all’estero. 

Sotto la sua guida, lo scorso anno, l’Interpol aveva emesso una “red notice” nei confronti del fuggitivo Guo Wengui, il finanziere di cui sono apparse in passato fotografie che lo ritraevano al fianco dell’ex chief strategist della Casa Bianca, Steve Bannon. Guo Wengui è anche il principale accusatore di una serie di personaggi politici di alto livello – tra cui lo stesso attuale vicepresidente cinese, Wang Qishan – e della finanza cinese, di cui avrebbe svelato il sistema corruttivo. In totale sono 43 le “red notice” emesse nei confronti di cittadini cinesi all’estero da quando Meng è a capo dell’organizzazione internazionale di cooperazione di polizia. 

Prima del viaggio in Cina di fine settembre, Meng era stato a Pechino a settembre dello scorso anno, in occasione dell’ottantaseiesima Assemblea Generale dell’Interpol, durante la quale aveva tenuto un discorso sull’importanza della cooperazione internazionale nel contrasto ai crimini informatici. 

Meng era stato nominato viceministro della Pubblica Sicurezza di Pechino nel  2004, quando a capo del ministero era l’ex zar degli apparati di sicurezza, Zhou Yongkang, caduto in disgrazia tra il 2012 e il 2015, e condannato all’ergastolo per reati multipli, in uno dei più eclatanti casi di corruzione in Cina da quando al vertice del partito e dello Stato si trova Xi Jinping.

Già qualche giorno fa l’Interpol aveva chiesto chiarimenti ufficiali alla Cina sulla sorte di Meng. Nel frattempo la polizia francese ha messo sotto custodia la moglie e i suoi figli. Durante l’incontro con la stampa di Lione, Grace Meng ha letto il testo dell’ultimo messaggio inviato dal marito, senza dare il consenso per essere ripresa in volto, proprio per timore di eventuali ritorsioni.

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 (Afp)

 Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese

Steve Tsang, direttore dell’Istituto cinese del Soas di Londra, ha detto al South China Morning Post che la decisione di tenere in custodia una figura di primo piano, anche internazionale, deve essere arrivata dai più alti vertici del governo cinese. “La politica estera cinese”, ha detto, “è chiamata innanzitutto a servire gli interessi del Pcc. L’immagine internazionale della Cina e il suo avanzamento nella capacità di assumere incarichi dirigenziali nelle organizzazioni internazionali sono temi molto importanti per il governo di Pechino, ma sono secondari rispetto alle considerazioni del partito”. 

Conosceremo mai i dettagli di questa indagine che torna a spostare i riflettori sul sistema opaco delle detenzioni arbitrarie in Cina? Forse no. “La Cina rimane potenza introversa”, ha scritto il giornalista di Internazionale, Gabriele Battaglia, sul suo profilo Facebook. Il caso può significare che “le dinamiche interne al sistema di potere cinese sono più importanti dello status della Cina come ‘potenza responsabile’ a livello globale. La ragione di Stato conta molto di più del proprio contributo all’ordine internazionale”.

Il caso di Meng rischia di screditare la leadership globale che la Cina da anni sta cercando di ritagliarsi. Zhang Lifan, commentatore politico che vive a Pechino, esclude si tratti di un caso di “corruzione ordinario”, e ha detto al quotidiano di Hong Kong che solo qualcosa di “veramente urgente” deve aver spinto il governo cinese a prendere una decisione “così immediata, con il rischio di perdere la faccia sul piano internazionale”.

Il rischio è che d’ora in poi nessun cinese sarà considerato un serio candidato a dirigere un organismo internazionale, “visto che il giorno dopo potrebbe sparire a discrezione del Partito”, aggiunge Battaglia. “Se la leadership ha deciso di correre questo rischio, ciò può significare che si sente o troppo forte o troppo debole. Troppo forte, perché ritiene che il proprio status nel mondo è ormai così solido che il caso Meng non inficerà comunque le proprie candidature alla governance globale; o troppo debole, perché il terrore di una destabilizzazione interna induce a gesti estremi e controproducenti”. Meng Hongwei deve essere in possesso di informazioni particolarmente rilevanti. 

Non è escluso, conclude Battaglia, che Pechino abbia ormai deciso di attuare il “decoupling” delle istituzioni internazionali, “assumendo che siamo entrati in una nuova fase di guerra fredda”, tendendo a creare organismi paralleli che rispondano a Pechino invece che a un generico “Occidente” a guida Usa, come accaduto con la creazione dell’Aiib.

La ferrea disciplina di Partito si estende a livello globale e il messaggio rivolto ai cinesi ex potenti e pseudo corrotti che riparano all’estero potrebbe essere che nessuno è al sicuro, se persino il capo della polizia internazionale, cioè l’uomo deputato a dare la caccia ai corrotti, è finito in guai giudiziari.

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