Ictus, 800mila italiani sopravvivono con esiti più o meno invalidanti 


Ogni anno l’ictus cerebrale colpisce circa 15 milioni di persone nel mondo e circa 150mila nel nostro Paese. È la prima causa di disabilità, la terza di morte, la seconda causa di demenza. In Italia vivono circa 800mila connazionali sopravvissuti all’ictus con esiti più o meno invalidanti. « Up Again After Stroke» è il tema scelto quest’anno dalla World Stroke Organization (Organizzazione Mondiale dell’Ictus Cerebrale), fatto proprio dall’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale (A.L.I.Ce. Italia Onlus) per la XIV Giornata mondiale, che si celebra oggi 29 ottobre. Perché una vita dopo l’ictus è possibile Numerose le iniziative di informazione e prevenzione, previste in tutta Italia in occasione della giornata (qui l’elenco aggiornato).

Emorragia cerebrale, la forma di ictus più pericolosa


Che cos’è l’ictus


Il sostegno di ALICe

«L’ictus è un evento improvviso, inatteso, traumatico, di fronte al quale persone e famiglie sono del tutto impreparate – dice Nicoletta Reale, presidente di A.L.I.Ce. Italia onlus – . Dopo la fase di emergenza e il periodo di riabilitazione, che nelle regioni più attrezzate può variare dai 40 giorni ai due mesi, quando si torna a casa i sopravvissuti e i loro familiari spesso sono soli ad affrontare un impegno che non è soltanto pratico ed emotivo, ma anche economico. Più della metà di chi sopravvive a un ictus – ricorda Reale – presenta un grado di disabilità tale da aver bisogno di assistenza domiciliare e supporto continuo da parte di qualcuno a lui totalmente dedicato, che molto spesso è il caregiver familiare, in un caso su cinque anziano come la persona che assiste. Questo perché i servizi socio-sanitari e sociali non riescono a supportare tutti coloro che hanno bisogno di assistenza». 

Riprendersi la vita

A.L.I.Ce. Italia onlus, oltre a creare una rete di contatto con chi purtroppo ha già vissuto la stessa esperienza, è attiva sul fronte della prevenzione. Sabato 27 ottobre si è chiusa a Roma la campagna di informazione «Riprenditi la vita» sulla fibrillazione atriale e l’importanza di tenerla sotto controllo per evitare ictus invalidanti. «Ci ha permesso di diffondere la conoscenza e la cultura della prevenzione dell’ictus in maniera capillare – continua Reale – toccando alcune delle principali città, dal Nord al Sud, grazie all’impegno delle associazioni locali che sono il punto di riferimento principale sia per consigli e suggerimenti sulla prevenzione primaria sia, soprattutto, sulle opportunità disponibili nelle difficili fasi dopo l’ictus quando è necessaria la riabilitazione, e poi l’eventuale assistenza a domicilio». Riguardo alla prevenzione, i fattori di rischio che da soli o, ancora di più in combinazione tra di loro, aumentano la possibilità di incorrere in un ictus sono: ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, sedentarietà e alcune anomalie cardiache e vascolari. 

I sintomi e cosa fare

«L’ictus capita all’improvviso e nel giro di qualche secondo cambia la vita di chi è colpito e dei suoi cari – ricorda Reale – . I segnali cui occorre prestare attenzione sono oltre a quello più conosciuto, ovvero la bocca storta, il formicolio o non sentire più o non riuscire a muovere un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo, non riuscire a vedere bene metà o una parte degli oggetti, non essere in grado di coordinare i movimenti e di stare in equilibrio, far fatica a parlare o non comprendere quanto ci viene detto dagli altri, essere colpito da un violento mal di testa localizzato, diverso dal solito». Cosa fare se si avverte uno di questi sintomi? Non bisogna perdere tempo o aspettare che il sintomo passi da solo, ma chiamare subito il 118 (o il 112 laddove esiste il numero unico di emergenza) spiegando cosa sta accadendo; farsi portare immediatamente all’ospedale più vicino, possibilmente dotato di un Centro Ictus (o Stroke Unit), dove vengono somministrate le nuove terapie della fase acuta che possono evitare o migliorare gli esiti dell’ictus, quali la trombolisi che è in grado di sciogliere il coagulo che impedisce al sangue di arrivare al cervello, da effettuare nelle prime 4-5 ore dalla comparsa dei sintomi, e la trombectomia meccanica, ovvero l’asportazione del trombo mediante appositi strumenti inseriti nell’arteria occlusa.

Il Sud

Oltre a sollecitare la realizzazione del numero previsto di Stroke Unit su tutto il territorio italiano (devono essere 300 contro le attuali 190, attualmente presenti soprattutto al nord mentre sono carenti al sud), l’attenzione dell’associazione si concentra anche sulla riabilitazione post-ictus. «Costituisce un approccio terapeutico fondamentale, a partire dalla fase acuta, per migliorare gli esiti di chi è stato colpito da ictus e per restituirgli la maggiore autonomia possibile – sottolinea Reale – . Purtroppo nel nostro Paese è ancora disomogenea e frammentaria, con inevitabili e gravi ripercussioni su chi sopravvive e sulla sua famiglia. Vanno assicurati percorsi di neuroriabilitazione che, nei casi gravi, possano comprendere interventi multidisciplinari complessi, volti al recupero di facoltà non solo motorie ma anche cognitive, indispensabili per restituire autonomia alla persona e facilitare il suo ritorno alla vita familiare, sociale e lavorativa. Risulta quindi urgente la realizzazione di un equo e uniforme accesso al Servizio Sanitario nazionale, che superi le attuali gravi differenze territoriali» conclude la presidente di ALICe.

29 ottobre 2018 (modifica il 29 ottobre 2018 | 12:10)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




Pagina ufficiale: http://xml2.corriereobjects.it/rss/salute.xml

Autore dell'articolo: admin