I veri numeri dell’immigrazione in Italia


I veri numeri dell'immigrazione in Italia



Secondo un recente sondaggio dell’Istituto Cattaneo, siamo i cittadini europei con la percezione più lontana dalla realtà riguardo al numero di stranieri che vivono nel Paese, stimati più del doppio di quelli effettivamente presenti. Ci viene in soccorso l’edizione 2018 del “Dossier Statistico Immigrazione”, realizzata dal Centro Studi e Ricerche Idos. Numeri che restituiscono l’immagine di un fenomeno stabile ormai da un lustro. E, per quanto riguarda i richiedenti asilo, siamo sicuramente tra le nazioni più interessate ma l’incidenza sulla popolazione totale risulta in linea con la media comunitaria. 

Ad oggi sono 5 milioni e 333 mila gli stranieri regolarmente presenti in Italia, 26 mila in meno rispetto al 2016: il loro numero è pressoché “stabile intorno ai 5 milioni” dal 2013 e la loro incidenza, nell’ordine dell’8%, aumenta di pochissimi decimali l’anno, soprattutto a causa della diminuzione della popolazione italiana. Dei 2 milioni e 423 mila occupati stranieri nel 2017 (10,5% di tutti gli occupati in Italia), i due terzi svolgono professioni poco qualificate o operaie (nelle quali sono rispettivamente un terzo e un ottavo degli addetti), siano esse nel settore dei servizi, dove i lavoratori stranieri si concentrano per il 67,4%, o in quelli dell’industria e dell’agricoltura, dove trovano impiego rispettivamente nel 25,6% e nel 6,1% dei casi.

La metà arriva da soli 5 Paesi

Gli immigrati residenti in Italia provengono da quasi 200 diversi Paesi del mondo: per la metà (2,6 milioni) sono cittadini di un Paese europeo (di cui 1,6 milioni, il 30%, comunitari), mentre un quinto (un milione) viene dall’Africa e una quota solo di poco inferiore dall’Asia. Gli americani sono circa 370 mila (7,2%), per lo più latino-americani (6,9%). I romeni costituiscono la collettività di gran lunga più numerosa (un milione e 190 mila, pari al 23,1% di tutti i residenti stranieri), seguiti da albanesi (440 mila e 8,6%), marocchini (417 mila e 8,1%), cinesi (291 mila e 5,7%) e ucraini (237 mila e 4,6%). Queste prime 5 collettività coprono la metà (50,1%) dell’intera presenza straniera in Italia, mentre le prime dieci (per arrivare alle quali occorre aggiungere, nell’ordine, Filippine, India, Bangladesh, Moldavia ed Egitto) arrivano a poco meno dei due terzi (63,7%).

Uno straniero su 10 vive a Roma

Con l’83,1% di tutti i residenti stranieri, il centro nord continua ad essere l’area che ne catalizza la quota più consistente, con la percentuale più elevata nel nord ovest (33,6%). In particolare la regione che conta la presenza più numerosa è la Lombardia (un milione e 154 mila residenti stranieri, il 22,9% del totale nazionale), seguita da Lazio (oltre 679 mila e 13,5%), Emilia Romagna (536 mila e 10,6%, cui si aggiunge il primato della incidenza più alta, a livello nazionale, sulla popolazione complessiva: 12%), Veneto (più di 487 mila e 9,7%) e Piemonte (circa 424 mila e 8,4%). Nella sola Città metropolitana di Roma si concentra il 10,8% di tutti gli stranieri residenti in Italia (557 mila persone), a Milano l’8,9% (459 mila), a Torino il 4,3% (220 mila).

Anche le donne straniere fanno sempre meno figli

Il numero dei nati da genitori entrambi stranieri diminuisce costantemente di anno in anno dal 2013. L’incidenza dei nuovi nati stranieri si mantiene stabile a circa un settimo di tutte le nascite annue del paese (14,8%) ma il tasso di fecondità delle donne straniere, pur restando piu’ alto (1,97) di quello delle italiane (1,27) da qualche anno è sceso al di sotto della “soglia di sostituzione” (2,1 figli per donna fertile), per cui “il sostegno alla natalità generale del Paese sarà sempre meno consistente, con ripercussioni sul sistema di ricambio generazionale a livello produttivo e previdenziale”. Continua poi a crescere il numero di persone che lasciano l’Italia per trasferirsi all’estero, non solo italiane ma anche straniere (41 mila nel 2017) o italiane di origine straniera, cioè diventate italiane per acquisizione della cittadinanza (32 mila). “Questa circostanza, insieme alla precedente – spiegano gli autori dello studio – sembra confermare come, italiani o stranieri che siano, l’Italia è sempre meno un Paese per giovani”. 

Naturalizzati e seconde generazioni

In 45 anni di immigrazione in Italia, la popolazione straniera si è inserita nel tessuto sociale in maniera sempre piu’ strutturale: sono diventati cittadini italiani un milione e mezzo di stranieri, dei quali 147 mila nel corso del 2017 (-27,3% rispetto agli oltre 201 mila dell’anno precedente). E sono circa un milione e 300 mila gli stranieri nati in Italia (“seconde generazioni”), oltre un quarto di tutti i residenti stranieri. Di questi ultimi più di mezzo milione (503 mila) è seduto tra i banchi di scuola e costituisce ormai i due terzi degli 826 mila alunni stranieri del paese, quasi un decimo (9,4%) di tutti gli scolari in Italia. Tra tutti i non comunitari regolarmente presenti in Italia ben due su 3 (2 milioni e 390 mila) sono titolari di un permesso permanentemente valido, o perché hanno maturato almeno 5 anni di ininterrotto soggiorno regolare o perché diventati parenti stretti di un cittadino comunitario già residente in Italia, per lo più italiano. Dei restanti un milione e 325 mila titolari di un permesso a termine (35,7%), sintomo di una presenza e di uno status giuridico più precari, tre su 4 sono in Italia per motivi familiari (39,3%) o di lavoro (35,2%).

I musulmani sono uno su tre

Disparità – segnala il Dossier – si registrano ancora nell’accesso a misure assistenziali o a servizi essenziali di welfare, come gli asili nido, le mense scolastiche, i bonus bebè e i sostegni per famiglie indigenti. E gli stranieri restano penalizzati anche nell’accesso al mercato della casa, “sia per gli affitti, a causa della frequente e dichiarata indisponibilità dei proprietari a locare a stranieri, sia per gli acquisti, a causa delle difficoltà di ottenere
un mutuo”: ne deriva che quasi due stranieri su 3 abitano in affitto, spesso in coabitazione, e solo uno su 5 in case di proprietà mentre il resto abita o presso i datori di lavoro o da parenti e amici. Le discriminazioni, poi, dilagano in internet, “con un aumento esponenziale di discorsi d’odio razzista, spesso sulla base di rappresentazioni distorte che riguardano anche la religione di appartenenza, fomentando l’idea che siamo ‘invasi da musulmani’ mentre tra gli immigrati i cristiani sono la maggioranza assoluta (2 milioni e 706 mila, pari al 52,6% del totale), con preminenza degli ortodossi (un milione e mezzo) e dei cattolici (oltre 900 mila), e i musulmani sono uno su 3 (32,7%, pari a un milione e 683 mila persone).

Siamo terzi in Europa per presenze

In Europa, dove i cittadini stranieri sono 38,6 milioni (di cui 21,6 non comunitari) e incidono per il 7,5% sulla popolazione complessiva, l’Italia non è il paese con il numero più alto di immigrati: veniamo dopo la Germania, che ne conta 9,2 milioni, e il Regno Unito, con 6,1 milioni, mentre superiamo di poco la Francia (4,6 milioni) e la Spagna (4,4). Anche l’incidenza sulla popolazione complessiva (8,5%) risulta più bassa di quella di Germania (11,2%), Regno Unito (9,2%) e diversi altri paesi più piccoli, dove i valori superano anche in maniera consistente il 10% (Cipro 16,4%, Austria 15,2%, Belgio 11,9% e Irlanda 11,8%). L’incidenza più alta si registra nel Lussemburgo, dove gli stranieri sono quasi la metà dei residenti (47,6%).

Eurostat rileva poi che il numero degli immigrati entrati in un paese Ue nel corso del 2016 (ultimo anno disponibile), pari a circa 4,3 milioni, è stato inferiore dell’8% rispetto all’anno precedente, mentre sono state circa 3 milioni le persone che nel frattempo hanno lasciato un paese comunitario (diverse delle quali per trasferirsi comunque all’interno dell’Unione). Inoltre nel 2017, a fronte di un contesto mondiale caratterizzato da un aumento delle migrazioni, l’Ue ha conosciuto un drastico calo sia degli attraversamenti irregolari delle frontiere (diminuiti di nove volte rispetto al boom del 2015), sia delle richieste d’asilo presentate (-43,5% rispetto al 2016).

E i richiedenti asilo?

Sono 354 mila, secondo l’Unhcr, i richiedenti asilo (compresi quelli ancora privi di titolo formale o la cui domanda è sotto esame) e titolari di protezione internazionale o umanitaria attualmente presenti in Italia: lo 0,6% dell’intera popolazione del Paese. Se il numero assoluto colloca l’Italia al terzo posto nell’Ue, dopo la Germania (1,4 milioni di richiedenti e titolari di protezione, con questi ultimi che da soli ammontano a circa un milione) e la Francia (400 mila), l’incidenza sulla totalità degli abitanti è perfettamente in linea con la media comunitaria, al pari di quella della Francia e dei Paesi Bassi, ed è preceduta da vari Paesi, come la Svezia (2,9%), l’Austria e Malta (1,9%), la Germania e Cipro (1,7%), la Grecia (0,8%), mentre non superano lo 0,1% tutti i “nuovi” Stati membri dell’Europa orientale (ad eccezione della Bulgaria, con lo 0,3%). Dei 239 mila titolari di un permesso inerente alla richiesta di asilo o alla protezione internazionale o umanitaria, alla fine del 2017 erano circa 187 mila quelli inseriti nel sistema nazionale di accoglienza, in stragrande maggioranza (81%) nei Centri straordinari (Cas), “nonostante le molteplici criticità – segnalano gli autori del rapporto – che ne segnano spesso il funzionamento e i diversi casi di inadeguatezza (e, a volte, di malaffare) emersi nel corso degli anni”. 

D’altra parte, “è di appena il 13,2% la quota di richiedenti e titolari di protezione ospitata nei centri Sprar, che sono spesso indicati come buona prassi nazionale (e che tuttavia l’attuale esecutivo ha manifestato l’intenzione di ridurre), mentre i restanti profughi si trovano nei Centri di prima accoglienza (5,7%) o negli hotspot (0,2%)”. Sempre nel 2017 gli accolti nei centri Sprar sono per il 36,1% richiedenti protezione internazionale, per un altro
36% titolari di protezione nazionale, per il 14% titolari di protezione sussidiaria, per il 12% rifugiati che hanno ottenuto il riconoscimento dello status e per l’1,9% giovani con un permesso per minore età: i tre quarti (73%) sono entrati in Italia via mare, il 13% attraverso una frontiera terrestre e il 7% per via aerea. Il 2% è giunto da altri Paesi europei o è rientrato in Italia in base al Regolamento di Dublino, mentre i bambini nati in Italia sono il 3% degli accolti. Durante l’anno, sono uscite dall’accoglienza 9.037 persone, il 43,1% delle quali aveva concluso il percorso di integrazione e risultava aver raggiunto uno stato di “autonomia lavorativa e/o abitativa”.

I minori che spariscono

Sono quasi 4.700 i minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia risultanti “irreperibili”: soprattutto eritrei, somali e afgani, spesso decisi a raggiungere la Germania, la Svezia o l’Inghilterra, dove hanno parenti o sperano di trovare migliori condizioni di inserimento. È quanto emerge dal “Dossier Statistico Immigrazione 2018” curato dal Centro Studi e Ricerche Idos, presentato stamane a Roma. La quasi totale chiusura della rotta del Mediterraneo centrale ha determinato la drastica riduzione dei minori soli giunti in Italia via mare: a fronte degli oltre 25.800 del 2016, l’anno passato il loro numero è sceso a 15.800, per ridursi a 2.900 nei primi sette mesi del 2018. Ne è derivata una forte riduzione di quelli accolti: poco più di 13 mila a giugno 2018, il 26% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017. Si tratta per lo più di ragazzi maschi (93%), tra i 16 e i 17 anni (84%), originari di Albania, Egitto, Guinea, Costa d’Avorio ed Eritrea. Tra le ragazzine, soprattutto nigeriane, molte sono vittime di tratta a scopo sessuale

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