I segmenti oscuri dell’abisso | il manifesto


È arduo stare dietro alla narrazione diffusa della saga di Kingdom Hearts, persino per chi ha giocato durante gli anni del suo svolgimento epico e schizofrenico, i due episodi numerati e tutti gli innumerevoli spin-off. Così possiamo restare confusi quando infine, dopo anni di attesa, viviamo il terzo capitolo della serie di Square-Enix per Playstation 4 e Xbox One e chi, con quel rigore pedissequo che ci ha resi dipendenti assai poco fantasiosi di una narrazione sempre coerente, motivata e lineare, pronti a indignarsi di fronte ad ogni presunto «buco» nell’intreccio, può ricavare dall’esperienza persino una delusione.
Ma è proprio la confusione la chiave di lettura più illuminante di Kingdom Hearts, chimera quasi impossibile tra i mondi di Walt Disney e il fantasy di matrice pop-nipponica, perché nel marasma di invenzioni, citazioni, déjà vu filmici e spericolate invenzioni, l’opera di Tetusya Nomura si rivela in tutta la sua folle grandezza, un videogame che malgrado la fantasia sfrenata con la quale è assemblato ci illustra l’oggi caotico e disperato, travestendolo di gioco e cinema, e traslandolo in mille declinazioni, in mille dimensioni spaziali conosciute e sconosciute.
Questa volta seguiamo il giovane Sora attraverso i mondi di lungometraggi disneyani lontani dalla classicità come Frozen, Toy Sory, Pirati dei Caraibi o Rapunzel, rivivendo le versioni interattive, talvolta vagamente variate, delle loro storie. Tuttavia i film di Disney e di Pixar sono innestati con potenti elementi alieni, segmenti inquietanti e oscuri che li piegano e li adombrano, adattandoli ad un’epica «anime» e ad un’inquietudine che rimanda alle pagine più stranianti di Philip Dick. Ci sono personalità doppie, triple e quadruple, personalità dentro altre personalità nel gioco moltiplicante degli specchi contrapposti, mondi che collassano gli uni negli altri, contraddizioni e rivelazioni che dipingono un affresco bello e delirante, consolante e inquietante, comprensibile e indecifrabile.
Gioco di ruolo d’azione, Kingdom Hearts 3 rivitalizza con i suoi misteri e le sue forme aliene i momenti filmici disneyani più triti e meno ispirati o esalta i più riusciti, senza mai mimetizzare il suo impazzito fulgore da «fantasia finale» nel loro tessuto estetico o narrativo, ma ribadendo il suo estro, la sua unicità e indipendenza.
Sono dinamici e visionari i combattimenti contro i nemici «senza-cuore» o «nessuno» (tetra allegoria di un popolo che perde la sua umanità estinguendosi nella rabbia e nell’egoismo. Si tratta di fantasmagorie di tinte, vettori e luci dove gli immaginari si fondono con una naturalezza straordinaria, astrazioni meravigliose nelle quali convivono Pippo, il Re Leone, il giocattolo Woody, magie devastanti e apocalittiche, antichi malvagi vestiti di nero da un passato leggendario, colossi fulminanti, Topolino e robottoni. Mancano solo, e questo spiace, i personaggi di Final Fantasy, la saga di punta di Square-Enix, che negli altri episodi comparivano attivamente. Qui rimane solo il pacioccoso orsetto-pipistrello Moogle e i mostri magici da evocare, come Ifrit o Bahamuht, sono ridotti a modellini in un negozio di giocattoli.
Gioco sull’amore, oltre che sulla follia e la perdita della propria identità, Kingdom Hearts 3 ci racconta di amicizie intramontabili e di un sentimento empatico che può vincere tutto. Un amore inteso come quiete o come tensione, da ricercare e universalizzare nel caos della perdita, dove persino il proprio io è smarrito, alternato o sostituito.
Kingdom Hearts 3 cambia l’umore del racconto con un incedere frenetico, diventando tenero oppure straziante, comico e subito dopo tragico, grottesco e epico. Tuttavia la continua variazione, alimentata dalla colonna sonora di Yoko Shimomura, costruisce un crescendo emozionale che nelle ultime, eccezionali, ore di gioco si fa quasi insostenibile, facendoci sprofondare nelle tenebre per poi abbagliarci ancora una volta, deliziandoci e strappandoci un’ultima lacrima.
Non importa se abbiate o no giocato tutte le opere della saga, perché sebbene il neofita, di qualsiasi età, possa trovarsi spiazzato dagli eventi o dalla mancanza di risposte è evidente che il cuore di Kingdom Hearts 3, oltre quello di farvi giocare con le sue iperboli, non è concludere una storia, o spiegarvi la sua sublime irrazionalità, ma comporre un affresco illogico surreale e filosofico, non così diverso per alcune folli corrispondenze da ciò che David Lynch fa con il suo cinema più ermetico e rapsodico, soprattutto con quel capolavoro di 18 ore che è l’ultimo Twin Peaks.
Così Kingdom Hearts 3, con la riconoscibiltà estrema delle sue icone e dei suoi celeberrimi luoghi filmici, finisce per stralunarci dolcemente, facendoci dubitare attoniti e sorpresi proprio laddove sembrerebbe più chiaro e leggibile.
Tetsuya Nomura è riuscito a comporre un’opera contorta in una fulgida maniera, dionisiaca e per questo emozionante, solo illusoriamente fanciullesca nella superficie brillante del suo oscuro, metamorfico abisso.


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