I miei amici “Archers” | il manifesto


>Chi, da bambino, è stato portato al cinema dal papà a vedere Scala al Paradiso ne è uscito con gli occhi pieni di magia e una visione tra sogno e fantascienza : la scala semovente, che dalla terra va a immergersi e sparire lassù. Il mistero più affascinante d’un’infanzia cinematografica. E la disillusione più ironica della maturità, quando l’ex-bambino si rituffa in sala per riassaporare la visione perduta e scopre, ridendo di sé, che ‘al Paradiso’ conduce una normalissima scala mobile, trasbordo quotidiano in supermarket e metropolitane. Ma, da adulto, lo spettatore disincantato, che intanto avrà imparato a riconoscere il titolo originale (A matter of Life and Death, Questione di vita o di morte) di quel capolavoro del 1946 di Michael Powell & Emeric Pressburger, scoprirà l’altra magia, l’altra metà del loro cinema: nel buffo tiramolla tra aldiqua e aldilà, in cui è strattonato il pilota inglese (David Niven) in bilico tra la vita e la morte, prende il sopravvento l’arguzia dei dialoghi, che riconducono l’immaginata rarefazione di pensiero del ‘mondo di sopra’ alla routine casalinga e pettegola del ‘mondo di sotto’, con spassose diatribe sulla superiorità della cultura britannica sulla banalità statunitense. Dopo essere stato conquistato da bambino dagli effetti speciali, anzi specialissimi, del britannico Powell, l’adulto si lascerà sommergere dalla finezza di scrittura di quegli altri effetti speciali che sono i dialoghi dell’ungherese Pressburger. Alla coppia più visionaria del cinema degli anni 40-50, ma all’epoca negletta, dedica ora una restrospettiva completa il Torino Film Festival, sottolinea la rivalutazione in corso dagli anni 70-80 di grandi registi Usa e europei, da Brian De Palma a Francis Ford Coppola, a Bertrand Tavernier, Bernardo Bertolucci, Olvier Assayas e, naturalmente, Martin Scorsese, forse il loro più appassionato ammiratore, cui si deve tra l’altro il restauro di The Red Shoes (‘Scarpette rosse’) del ’48 per una Cannes di 10 anni fa : sia Scorsese che il cinema di P&P sono ospiti abituali della Cinémathèque Française de Paris, dove il regista ha più volte manifestato i suoi entusiasmi cinefili.
Martin Scorsese, anche lei ha un suo P&P d’infanzia ?
Sì, The Red Shoes : l’ho visto a 9 o 10 anni. Mi ci aveva portato mio padre. Quella prima volta è stata uno choc per me. Anche mio padre, impiegato in un’impresa d’abbigliamento a New York, poco abituato al cinema, ne uscì entusiasta, nonostante non fosse un fan del balletto classico. Ma c’era un passaparola caloroso in quel momento in America attorno al film. Era un musical originalissimo, ben lontano da quel che il cinema rifilava all’epoca : anche per il tipo di storia, con la sua insidiosa componente dark. Non credo che mio padre si fosse reso conto dell’impatto che il film ha avuto su di me, almeno fino a quando, molti anni dopo, incontrò Michael Powell. Siamo diventati una specie di famiglia, mia madre, moi padre e Powell.
Qual è stata la scintilla P&P che si è poi propagata al suo cinema ?
Per anni mi davano del Lermontov, il coreografo-padrone di The Red Shoes. Chissà, forse è vero, anch’io ogni volta, a ogni film, ho un mondo da tenere sotto controllo. Ma forse la maggior analogia è con il mistero dell’arte, le ombre della passione creativa, i lati più oscuri che ne affiorano.
Colore e movimento : intreccio e danza infiniti. È questo che l’aveva colpito ?
Ogni singolo fotogramma è qualcosa di unico nell’uso del colore e nell’impatto del movimento. Ha a che fare, sempre, con un’esaltazione del dramma, se non del melodramma. Il colore … la maestria del grande direttore di fotografia Jack Cardiff ! Indimenticabili, negli anni. The Red Shoes, l’hanno poi trasmesso in America ogni Natale alla tv : in bianco e nero. Ma per me non era un problema : lo guardavamo, anche se in B/N e in tv, e lo vedevamo a colori. Conoscevamo i colori a memoria. Mi sono da subito appassionato – le chiamavo ‘pennellate’ – al modo in cui Powell utilizzava la cinepresa. In The Red Shoes, a esempio, la sequenza di danza era da sola un’enciclopedia della storia del cinema : i film di P&P recuperano ogni mezzo espressivo, andando anche all’inditero fino ai primi espedienti del cinema muto.
Com’è nata la sua amicizia con Powell ?
L’ho incontrato grazie a Michael Kaplan, che aveva lavorato con Stanley Kubrick e stava per cominciare con Robert Altman. Io e altri avevamo preso a interrogarci su P&P già verso la fine degli anni 60. Con i miei colleghi – Coppola, Spielberg, De Palma e quasi tutti quelli che avevano iniziato a girare film nei primi anni 70 – ogni volta che parlavamo di un film di cui non ricordavamo il titolo, era invariabilmente qualcosa che avevamo visto in tv, in B/N, ‘scritto, prodotto e diretto da Powell & Pressburger’, il più singolare titolo di testa nella storia del cinema, biglietto da visita bifronte. Ci chiedevamo tutti chi fossero, dove vivevano e se erano ancora vivi. Se ancora vivi, ci domandavamo che cosa stessero facendo in quel momento.
Come lavoravano in coppia ? L’ha saputo, quando li ha conosciuti ?
Sono sempre stato più vicino a Michael, cresciuto nel Midi della Francia, che a Emeric. Michael era venuo a NY, poi in California quando vivevo là. Con lui ho trascorso intere ore. Emeric, l’ho invece incontrato un paio di volte. Difficile per me spiegare la loro collaborazione. Pensiamo al ‘Written, Produced and Directed By’ e ci rendiamo conto che l’uno non avrebbe potuto far nulla senza l’altro. Pressburger, d’origine ungherese, ha apportato una certa sensibilità europea, ben fusa nello spirito britannico. Da quel che ho letto e so, la loro collaborazione era strettissima. Nessuno dei due, mi pare avesse nozione di quel che stessero facendo : ma il risultato è sempre stato strardinario, capolavoro dopo capolavoro.
In ogni suo film c’è qualcosa di P&P, quasi un’andata-ritorno del cinema. Il supremo Peeping Tom del ’60 traspare nel suo After Hours di 25 anni dopo.
Sì, P&P hanno influenzato ogni mio film. Peeping Tom, l’ho visto al Washington Square College, allora nella New York University, minuscolo ‘department’ cinematografico. Il film era diventato subito leggenda. Anche se non l’avevano visto, tutti ne parlavano. Peeping Tom ha influenzato un’intera generazione di cineasti.


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