I magistrati hanno qualcosa da dire al governo 


I magistrati hanno qualcosa da dire al governo 



La corruzione dilagante, le lentezza dei processi, il sovraffollamento carcerario, la prescrizione che ‘azzera’ i procedimenti penali, l’aumento delle violenze sessuali, le organizzazioni mafiose sempre più infiltrate nei gangli dell’amministrazione pubblica, la carenza di magistrati e del personale amministrativo, l’insufficienza di mezzi, risorse e strutture. L’analisi sullo stato della giustizia italiana, emerso dalle relazioni dei responsabili di tutti i distretti all’indomani della cerimonia in Cassazione, è il solito ‘cahier de doleances’, cui si aggiungono stavolta le preoccupazioni dei magistrati per le invasioni di campo della politica e per la gestione del tema dei migranti da parte dell’attuale esecutivo. Sullo sfondo, l’impegno degli inquirenti e del ministro della Giustizia di “non accettare verità di comodo” sulla morte di Giulio Regeni, a tre anni dalla sua scomparsa.

“Il diritto non si interpreta secondo i sentimenti del popolo”

Il vicepresidente del Csm David Ermini, da Ancona, è stato chiaro: “E’ inopportuno mettere in discussione i magistrati”, che non devono subire “indebite pressioni”. “Le istituzioni – ha ammonito Ermini – non si devono delegittimare a vicenda, ma rafforzare a vicenda perché facciamo tutti parte dello stesso Stato e dello stesso ordinamento”. E ancora: “Il diritto non si interpreta secondo supposti sentimenti del popolo, l’indipendenza della magistratura è un valore non negoziabile”.

Un tema, quello dell’indipendenza, che il caso Diciotti collega in qualche modo con quello dei migranti, argomento che ha accomunato varie relazioni giudiziarie. A Milano si è segnalata una forte crescita delle richieste di asilo da parte degli immigrati: in appello si è passati dai 291 procedimenti pendenti nel 2016 ai 2.509 del giugno 2017. Il pg di Torino, Francesco Enrico Saluzzo, a proposito dell’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno per il caso legato alla nave Diciotti, si è detto stupito che “la voce del ministro della Giustizia non si sia sentita, quantomeno per ristabilire equilibri costituzionali e istituzionali. Vi è forse una consegna di non nominare mai la magistratura?”.

Sul punto la replica di Bonafede, che ha promesso l’impegno del suo dicastero nel riportare in Italia i terroristi latitanti, non si è fatta attendere: “La linea è chiara. Rispetto l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e non entro nel merito. Non posso però che ribadire che è stata un’azione condivisa da tutto il governo”. Saluzzo ha anche stigmatizzato il fatto che le istituzioni, invece di affrontare le critiche altrui con la dovuta pacatezza, reagiscano “con grida, dileggiamenti, quando non insulti. Con scarsissima reazione dell’opinione pubblica”.  Il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, ha invece denunciato “l’uso improprio del diritto penale che alimenta la contradditorietà delle politiche legislative”.

“La legalità non è solo repressione”

Dal canto suo, il presidente della corte d’appello di Catania, Giuseppe Meliadò, ha ricordato che “la collaborazione instaurata con le associazioni internazionali e i soggetti istituzionali (anche stranieri) coinvolti nel fenomeno degli sbarchi ha consentito, in particolare, nel 2018 di iscrivere sul registro noti per il reato di tratta ben 25 procedimenti, gettando luce su un cono d’ombra particolarmente inquietante per le prospettive stesse di protezione umanitaria”. E sui migranti ha voluto dire la sua anche il pg di Roma, Giovanni Salvi, già capo della procura etnea: “La legalità non è solo repressione. Solo politiche di inclusione hanno un reale ritorno, rendendo le nostre città sicure e arricchendole del contributo di lavoro e di diversità culturale di centinaia di migliaia di futuri cittadini”. 

In ciascun distretto si è fatto il punto sull’andamento della criminalità. Roma, che “resta tra le più sicure al mondo, con appena 10 omicidi”, e’ sempre “uno snodo importante per tutti gli affari leciti ed illeciti” della criminalità e l’auspicio del procuratore generale Giovanni Salvi è che si crei “quel moto civile che in tante città del sud, avvezze alla minaccia del crimine organizzato, contribuisce ad ostacolare il radicamento delle organizzazioni e a far crescere una coscienza collettiva. Ma Roma – è l’amara constatazione – è città cinica che sembra aver visto tutto e tutto dimentica”. A Salvi, che ha evidenziato gli sforzi della magistratura romana per arrivare alla verità sul caso Regeni e sulla morte di Stefano Cucchi, ha fatto eco il capo della procura Giuseppe Pignatone, prossimo a lasciare l’incarico: “Continuo a dirlo, il problema principale di Roma è la corruzione”.

“La politica non condizioni la magistratura”

A Milano la presidente della corte d’appello Marina Tavassi ha evidenziato che “circa l’83% dei reati per prescrizione è dichiarato con decreto di archiviazione del gip. Il tempo necessario a prescrivere matura, dunque, già nella fase delle indagini preliminari”. A Firenze abbondano i reati commessi in ambito familiare con un aumento, rispetto all’anno precedente, dei casi di stalking e quelli di maltrattamento. Analogo trend anche a Roma, dove i reati di violenza sessuale, in tutte le sue forme, hanno fatto registrare un ‘boom’ di procedimenti (+24%). A Trieste, il presidente Oliviero Drigani ha dedicato un pensiero al maresciallo Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978 da Cesare Battisti, il cui rientro in Italia dopo anni di latitanza sta a significare che “lo Stato ha avuto un suo momento di rivincita perché l’uomo condannato per quel delitto è stato riportato in Italia. Qualche volta in terra c’è giustizia”. 

A Genova, dove “il crollo del Ponte ha disvelato, in modo clamoroso, la fragilità della nostra modernità, la vulnerabilità della città, l’inefficienza dei sistemi di gestione e controllo, pubblici e privati”, il pg Valeria Fazio ha detto che “il passaggio legato alla norma del decreto sicurezza, che prevede la diminuzione dei permessi di soggiorno concessi ai migranti, dovrà confrontarsi con quanto stabilito dall’art. 10 della nostra Costituzione”.

Il pg di Napoli Luigi Riello ha invece sottolineato che “della lentezza dei processi nessuno deve chiamarsi fuori ma lanciare il messaggio che tutti i magistrati siano fannulloni è uno squallido tentativo di occultare le responsabilità di quella classe politica che da anni ha marginalizzato la giustizia nel bilancio dello Stato e l’ha resa laboratorio di esperimenti”. Poi dallo stesso Riello è partita una stoccata ai nostri politici: “Si accusa la magistratura di condizionare la politica con le sue indagini e i suoi processi, l’accusa invece va rovesciata: se la politica si riappropriasse del proprio primato, non attendendo arresti e condanne per cacciare gli impresentabili, non occorrerebbe mettere la manette per estromettere personaggi squallidi e spregiudicati”. Il presidente della Corte d’appello di Palermo, Matteo Frasca, si è detto preoccupato che all’ombra del super-ricercato Matteo Messina Denaro si stia per scatenare una sanguinosissima guerra di mafia.

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