I chip sottopelle sono una realtà. Verranno utilizzati per controllare i dipendenti?


microchip sottopelle



Per i seguaci del transumanesimo, l’installazione di microchip sottopelle è un primo passo per consentire all’uomo di elevare le sue possibilità oltre quanto gli è consentito dalla sua gabbia di carne. Per altri è invece l’anticipazione di un futuro distopico dove saremo sempre più controllati. La cosa che conta, però, è sapere che le persone al mondo che ne possiedono uno impiantato nella mano, poco sotto il pollice, si contano già nell’ordine delle migliaia e, come inevitabile, tra le diverse applicazioni è allo studio anche la più temuta dai critici: l’utilizzo sui dipendenti della propria azienda. E a porsi il problema non sono solo i sindacati ma anche le associazioni dei datori di lavoro. Come la Cbi, la Confindustria britannica, che rappresenta 190.000 aziende.

Dai piercing ai microchip

A far scoppiare il caso nel Regno Unito è stata un’intervista del Telegraph a Jowan Österlund, il fondatore della svedese Biohax, compagnia leader nel settore che in patria ha già installato i suoi chip, grandi come un granello di riso, in larga parte degli oltre 4.000 cittadini del Paese scandinavo che ne possiedono uno. Personaggio interessante Österlund. Con le braccia tatuate fino ai polsi, prima di fondare Biohax era stato un ‘piercer’ professionista. C’è quindi un filo rosso che collega la sottocultura delle modificazioni corporee (per capirci qualcosa consigliamo il documentario Modify, sempre che non siate impressionabili) e queste tecnologie. L’idea è la stessa: superare i limiti del nostro corpo. Fondare un’azienda come Biohax ha quindi come motore una visione del mondo prima ancora che i profitti. Profitti che, ad ogni modo, promettono di essere sostanziosi. 

microchip sottopelle

 Jowan Osterlund

Österlund ha spiegato al quotidiano conservatore di essere stato contattato da diversi studi legali e società finanziarie interessate a impiantare microchip nei loro dipendenti, tra le quali una compagnia con “centinaia di migliaia di addetti”, probabilmente una grande banca della City. L’obiettivo è aumentare la sicurezza e impedire ai lavoratori di accedere ad aree interdette. “Queste compagnie hanno a che fare con documenti sensibili”, spiega Österlund, “i chip consentiranno loro di stabilire restrizioni per chiunque”. In sostanza i chip, che costano 170 euro ciascuno, sostituirebbero i badge con i quali si accede al luogo di lavoro.

L’allarme dei sindacati

“La tecnologia sta cambiando la maniera nella quale lavoriamo ma questa intervista è stata una lettura disturbante”, ha dichiarato al Guardian un portavoce della Cbi, “le aziende dovrebbero concentrarsi su priorità più immediate e cercare di motivare e coinvolgere i dipendenti”. Preoccupato anche il Trade Union Congress (Tuc), la confederazione dei sindacati albionici, la quale teme che i lavoratori verranno, di fatto, costretti ad accettare l’installazione dei chip. “Sappiamo che i lavoratori sono già preoccupati dall’utilizzo della tecnologia che alcune aziende fanno per controllarli, strappando loro il diritto alla privacy”, afferma la segretaria generale di Tuc, Frances O’Gradysaid, “i microchip darebbero ai manager ancora più potere e controllo sui loro dipendenti. Sorgono dei rischi abbastanza ovvi e i datori di lavoro non devono negarli, o premere sullo staff per accettare i chip”. 

Per ora, le installazioni sono su base volontaria. Un’azienda inglese, la Bio Teq, ha già installato 150 microchip in patria. In alcuni casi, si tratta di società finanziarie o ingegneristiche e un test pilota è in corso in una banca. Bio Teq è al momento in trattativa con aziende in Spagna, Francia, Germania, Giappone e Cina. Negli Usa la prima compagnia a utilizzare i microchip sui propri dipendenti è stata invece la Three Square Market, in partnership con Biohax.

Un portafoglio nella propria mano

In Svezia, invece, i chip sottopelle sono, di fatto, l’ultimo grido in fatto di elettronica da consumo e Biohax afferma di ricevere talmente tante richieste da non riuscire a rispettarle. Nel Paese scandinavo i chip vengono utilizzati come un vero e proprio portafoglio: consentono di aprire la propria macchina con un gesto della mano, contenere dati personali, effettuare pagamenti, entrare in palestra. A lavorare con Biohax è persino la società ferroviaria pubblica Statens Järnvägar, che consente ai passeggeri di viaggiare grazie a un biglietto elettronico registrato nel chip. 

Ma quali sono i livelli di sicurezza di un microchip sottopelle? “Tutto può essere hackerato ma le ragioni per farlo non diventeranno maggiori perché c’è un microchip”, spiega Österlund a Npr, “anzi, è più difficile per qualcuno accedervi, dato che è dentro il tuo corpo”. Secondo il fondatore di Biohax, inoltre, il nuovo regolamento europeo sulla privacy potrebbe contribuire a una diffusione più rapida di questa innovazione: “È il maggiore corpus giuridico a tutela dell’integrità individuale di sempre”. ​

Ben Libberton, un microbiologo britannico che vive in Svezia, è però assai critico: “Quello che sta accadendo ora è relativamente sicuro ma se i chip verranno utilizzati dapertutto, se ogni volta che vorrai fare qualcosa userai un chip invece di una carta, potrebbe diventare molto, molto facile ‘rilasciare’ informazioni personali”. Non solo. “Dal momento che il chip è impiantato nel corpo, quando un maggior numero di informazioni relative alla propria salute inizieranno a esservi incorporate e trasmesse, si creerebbe un ulteriore livello di privacy del quale dovremmo preoccuparci con attenzione prima che ciò prenda piede su larga scala”, avverte lo scienziato. 

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Autore dell'articolo: admin