Ho una maculopatia degenerativa. Non riesco più a riconoscere i volti delle persone. Ma ho imparato a riconoscerne il suono della voce e a percepirne le emozioni


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Mi chiamo M., ho 58 anni e sono vedova e madre di due splendide ragazze: V., da poco laureata in Medicina, e V., studentessa d’Ingegneria informatica. Insegno inglese nei licei e sono affetta da maculopatia degenerativa. Tutto è cominciato 35 anni fa, quando, tornando da un viaggio in treno, al posto delle righe del libro, che stavo leggendo, ho cominciato a vedere delle linee curve, mentre le letterine delle parole comparivano e scomparivano. Così è iniziato il mio continuo peregrinare da un oculista all’altro, da un luogo all’altro, mentre il mio visus si riduceva sempre più, fino a giungere allo stato attuale di ipovedente.

Spesso mi sono chiesta come sarebbe stata la mia vita se quelle linee curve e quella strana danza delle letterine non fossero mai comparse. Certo non vedo il numero degli autobus né le scritte dei tabelloni, ma ho imparato a chiedere alle persone: esiste anche un mondo di solidarietà, che purtroppo rimane spesso nascosto.

Se non avessi visto quelle linee curve, avrei potuto riconoscere più facilmente i volti delle persone, coglierne più rapidamente le espressioni del volto. Ma ho imparato a riconoscerne il suono della voce, a coglierne le sfumature delle parole, a percepirne le emozioni, a concentrarmi sull’ascolto. Se non avessi visto quelle linee curve, forse avrei svolto il mio lavoro d’insegnante con minore difficoltà; ma, forse, non avrei avuto lo stesso rapporto di collaborazione con i miei studenti.

Anche se la vita non è stata molto generosa con me, mi ritengo una persona fortunata, perché ho voglia di andare avanti, di migliorare, di non fermarmi agli ostacoli, di scendere lo stesso le scale, anche se non le vedo bene, di continuare a studiare, di entusiasmarmi di fronte al bel colore azzurro del cielo, alla forma strana della nuvola bianca che sembra ovatta, a dare importanza agli affetti.

Devo questa mia fortuna non soltanto al mio carattere positivo, ma anche a tutte quelle persone, che ho conosciuto nel corso degli anni e che considero miei «angeli custodi». In particolare, penso alla dottoressa che segue il nostro gruppo di auto e mutuo aiuto, che ha sempre creduto fortemente nelle mie potenzialità e mi sostiene nei momenti più difficili.

 Un signore mi disse in uno studio oculistico: «Signorina, si ricordi sempre che si può vivere anche con un decimo di vista». Allora, ignara che la stessa sorte potesse toccare anche a me, provai un senso di tristezza. Oggi dico anch’io quelle parole, ma per infondere coraggio. Per dire, cioè, di vivere al meglio la propria vita, senza perdere mai la fiducia, credendo e sperando sempre nelle scoperte scientifiche, e soprattutto permettendo agli altri di aiutarci, senza confondere il pietismo con la solidarietà!

M.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute

 


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Autore dell'articolo: admin