“ho sostenuto una guerra giusta, ma ora chiedo scusa”


L’ex terrorista ha chiesto “scusa per il dolore che ha arrecato ai familiari”

Cesare Battisti non punta alla revisione dei processi. L’ex terrorista dei Proletari Armati per il Comunismo ha infatti confermato le proprie responsabilità nei 4 omicidi per i quali è stato condannato e l’ha fatto durante i colloqui con il Pm Alberto Nobili e con la dirigente della Digos Cristina Villa. Per la prima volta Battisti ha parlato con i magistrati ed ha ammesso tutto: i 4 omicidi, i 3 ferimenti e le rapine messe a segno per sostenere l’organizzazione.

In carcere dal 14 gennaio scorso, Battisti prima d’ora si era sempre dichiarato innocente. Sono da imputare a lui: l’omicidio di Andrea Campagna, agente della Digos assassinato a Milano il 19 aprile 1978; quello del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978; così come quelli del gioielliere Pierluigi Torregiani e del commerciante Lino Sabbadin, uccisi entrambi il 16 febbraio 1979.

Il Procuratore Capo di Milano, Francesco Greco, ha sottolineato l’importanza di questa ammissione: “Questo fa giustizia di tante polemiche che ci sono state in questi anni e rende onore alle forze dell’ordine e alla magistratura che lo ebbe a condannare. Una scelta che fa chiarezza su un gruppo che ha agito negli anni più violenti della nostra storia“. Nobili ha voluto poi puntualizzare che non si può parlare di una collaborazione con la giustizia: “Non si parla di collaborazione con la giustizia ma si tratta di importantissime ammissioni, senza chiamare in causa altri protagonisti di quegli eventi“.

I magistrati hanno spiegato che Battisti ha letto tutte le sentenze che lo riguardavano prima degli interrogatori durati in tutto 9 ore, durante i quali ha ammesso che “tutto quello ricostruito dagli atti giudiziari corrisponde al vero“. Battisti ha poi aggiunto di aver “capito il male che ha fatto alle vittime” e per questo ha voluto “chiedere scusa alle famiglie“.

L’ex terrorista ha comunque sostenuto di aver “combattuto una guerra giusta” quando aveva 22 anni: “Ha sostenuto che quando ha fatto quello che ha fatto per lui era una guerra giusta, con obiettivi precisi e persone che a loro avviso perseguitavano detenuti politici, persone che come Pierluigi Torregiani e Lino Sabbadin avevano ucciso dei rapinatori“. Nonostante questa convinzione, con il tempo ha capito che “la lotta armata ha impedito lo sviluppo di una rivoluzione culturale, sociale e politica nata nel Sessantotto. Gli anni di piombo hanno impedito quella spinta culturale che stava nascendo in Italia“. Per i magistrati queste parole non possono suonare come un pentimento, ma solo come “un segnale di disconoscimento di quegli anni terribili“.



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Autore dell'articolo: admin