Gli Usa inviano Patriot e B-52 in Iran, una prova di forza che rischia di incendiare la regione


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JUNG YEON-JE / AFP 


Un bombardiere B-52 dell’esercito americano




Il sistema missilistico Patriot, i B-52, una portaerei e una nave anfibia. Gli Usa hanno deciso di rafforzare sensibilmente la propria presenza militare in Medio Oriente, a causa di quello che Washington definisce l’aumentato rischio di un attacco dell’Iran. In particolare, il Pentagono ha annunciato il dispiegamento nella regione della USS Arlington – una nave in grado di trasportare anche veicoli anfibi – e il sistema di difesa missilistico Patriot.

Appena qualche giorno fa erano stati inviati nell’area la portaerei USS Abraham Lincoln e numerosi bombardieri B-52. Senza dare ulteriori precisazioni, il dipartimento alla Difesa parla di “segnali circa un’accresciuta possibilità di attacchi iraniani contro le truppe e gli interessi americani”.

A detta di diversi analisti, invece, si tratta di una prova di forza che rischia di incendiare tutto il Medio Oriente. Una settimana fa il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, aveva definito l’invio dei bombardieri e della Lincoln – la portaerei giovedì ha attraversato il canale di Suez – “un chiaro messaggio” destinato a Teheran.

I B-52 invece sono giunti nell’area già mercoledì scorso, come confermato da Centcom, il Comando delle Forze armate Usa in Medio Oriente e Asia centrale. Bolton aveva parlato di una “serie di preoccupanti avvertimenti” da parte della Repubblica islamica, senza fornire ulteriori dettagli: il che ha portato molti osservatori ad affermare che le mosse Usa portano a scaldare inutilmente un clima già esasperato.

Teheran – che aveva già definito “false accuse” gli allarmi Usa – attraverso il portavoce del Consiglio supremo, Keyvan Khosravi, reagisce con rilassatezza all’annuncio di Bolton, parlando di “un maldestro tentativo di utilizzare un evento già conosciuto per la loro guerra psicologica”, anche se non ha mancato di ribadire che reagirà con durezza all’eventuale uso della forza.

È di pochi giorni fa l’annuncio di Teheran di non voler più rispettare alcuni degli impegni-chiave dell’accordo sul nucleare raggiunto a Vienna nel 2015, intesa che il presidente americano Donald Trump aveva già disdetto unilateralmente un anno fa. Tra l’altro, l’Iran ha fatto sapere che ha smesso di rispettare i limiti fissati alle sue riserve di uranio arricchito.

Si tratta di decisioni, afferma Teheran, prese in seguito alle sanzioni imposte da Washington dopo la sua uscita dall’accordo, con evidenti effetti negativi sull’economia iraniana. Dal punto di vista politico, in questi giorni la tattica americana sembra un continuo “stop-and-go”: giovedì Trump aveva detto di essere ancora aperto a nuovi colloqui con gli iraniani. “Mi piacerebbe che mi chiamassero”, aveva detto il presidente parlando con i giornalisti davanti alla Casa Bianca.

“Semplicemente non vogliamo che abbiano armi nucleari, non chiedo molto”. Poche ore dopo, il segretario di Stato Mike Pompeo ribadiva come qualsiasi attacco dall’Iran avrebbe provocato una risposta “rapida e decisiva” da parte degli Stati Uniti. A stretto giro di posta, l’annuncio la partenza della portaerei, dei Patriot e dei B-52.

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