Gli studenti poveri vanno male a scuola. Ed è un problema molto italiano


scuola studenti poveri

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I poveri vanno male a scuola e meno la società si occupa di loro, peggiori sono i risultati. Sembra un assioma banale, ma l’ultimo Rapporto Ocse-Pisa ha cristallizzato quella differenza sociale in base alla quale in Italia le competenze acquisite a scuola sono legate fortemente all’origine degli studenti.

“Equità nell’istruzione: abbattere le barriere alla mobilità sociale”, è il titolo del rapporto, mette a confronto i Paesi rispetto al nesso tra la posizione di vantaggio o svantaggio socio-economico degli studenti e le differenze nelle competenze acquisite, nel benessere socio-emotivo (lo star bene a scuola, l’ottimismo verso il futuro) e negli esiti.

Ascensore sociale bloccato

Dall’indagine emerge che il sistema dell’istruzione in Italia presenta iniquità nel senso che l’ascensore sociale si è bloccato, mentre altrove ha ricominciato a funzionare bene: “Germania e Stati Uniti – afferma Francesco Avvisati, analista presso la direzione dell’istruzione all’Ocse – negli ultimi anni hanno intrapreso politiche mirate per aiutare le scuole più svantaggiate e ciò ha prodotto risultati apprezzabili”.

Il Rapporto spiega che le possibilità di promozione sociale tramite l’istruzione sono molto variabili da un Paese all’altro: solo nei Paesi in cui l’attenzione ai bisogni degli studenti più svantaggiati è maggiore, una quota significativa di questi ottiene buoni risultati scolastici.

scuola studenti poveri

In Italia le disparità di origine sociale si riflettono non solo sui risultati scolastici, ma sul benessere più in generale. La proporzione di studenti che si dice poco o per nulla soddisfatto della propria vita raggiunge il 18% tra gli studenti svantaggiati, rispetto al 13% tra gli studenti restanti. Inoltre, la percentuale di studenti svantaggiati che dichiara di “sentirsi nel suo ambiente” a scuola è diminuita dal 2003 al 2015, passando dall’85% al 64%, un calo più significativo di quello registrato nel resto della popolazione.

In termini numerici corrisponde a circa 60 mila studenti che si sentono più disagiati. Da sottolineare che nei 12 anni considerati, è fortemente cresciuto il numero degli studenti nati fuori dall’Italia che spesso sommano allo svantaggio sociale quello culturale, dovendo adattarsi alle regole di un paese diverso da quello di origine.

Il tasso di segregazione

Sulla scala Pisa, più di 150 punti separano il punteggio medio del 25% più “bravo” (sulla scala dei risultati) dal punteggio medio raggiunto dal 25% più svantaggiato (sulla scala socio-economica). Circa la metà degli studenti svantaggiati frequenta il 25% delle scuole più svantaggiate del Paese, mentre solo il 6% frequenta le scuole più avvantaggiate – un livello di segregazione simile a quello medio osservato nei paesi Ocse. I Paesi nordici hanno i livelli di segregazione più bassi.

E dopo le medie a decidere non sono i voti in pagella

Altro dato rilevante che emerge dal Rapporto è il seguente: solo il 12% degli studenti più svantaggiati risulta tra i più “bravi” in Italia (la media tra tutti gli studenti è, per definizione, il 25%). Avvisati spiega che in termini numerici “solo 3 studenti su 100 sono bravi e svantaggiati”.

Inoltre, i pochi studenti 15enni svantaggiati che sono anche tra i più bravi – i cosiddetti studenti “resilienti” – frequentano, di solito, un liceo; ma ben il 10% degli studenti svantaggiati che frequentano gli istituti tecnici o le filiere professionali rientrano nella categoria dei più bravi. Questo livello elevato sottolinea come l’orientamento dopo la scuola media in Italia sia spesso più legato all’origine sociale che alle attitudini scolastiche: gli studenti svantaggiati, anche quando sono bravi, vengono orientati dalle famiglie verso gli istituti tecnici, mentre i più benestanti ci vanno di meno. 

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