Gilliam, tra immaginazione e realtà


Incontro Terry Gilliam a Montone (Perugia), dove si sta svolgendo l’Umbria Film Festival, di cui è presidente onorario. Il regista (di Brazil, Le avventure del Barone di Münchausen, La leggenda del re pescatore, L’esercito delle 12 scimmie, Paura e delirio a Las Vegas tra gli altri), sceneggiatore, attore e fumettista americano inizia col raccontarmi del suo rapporto particolare con il territorio: “ho comprato una casa qui circa 30 anni fa e ormai sono parte integrante della comunità”.

L’umorismo dei Monty Python oggi sarebbe possibile?

È più difficile. L’umorismo è lì, ma non c’è lo spazio pubblico che avevamo quando lavoravamo con la BBC. C’erano solo tre canali e la domenica sera, quando andava in onda lo show, quasi tutti lo guardavano e il lunedì tutti ne discutevano. Oggi con lo streaming e internet, ognuno guarda cose diverse e non abbiamo nulla di cui discutere perché abbiamo avuto esperienze diverse. Questa poi è “l’epoca delle vittime”. Le persone vogliono offendersi, si sentono criticate e umiliate. I comici sono molto attenti a come “sculacciano” le persone e questo mi rattrista perché l’umorismo è la cosa più importante nella vita. Essere in grado di ridere dell’assurdità, di tutti noi, dell’umanità. Siamo una specie molto ridicola e se non lo si accetta si perde l’importanza della vita (il lettore dovrà immaginare di ascoltare la risata di Gilliam alla fine di ogni risposta ndr).

Che cosa ti divertiva di quell’esperienza?

Non c’era nessun produttore, non c’era censura, nessuno ci diceva cosa dovevamo fare. Ognuno di noi era in grado di far ridere gli altri e questo ha funzionato. A quel tempo, negli show comici in Gran Bretagna, gli sketch erano ben costruiti ma la tradizione voleva che avessero tutti una battuta finale ed era come assistere ad una scenetta in anticipo. Così ci siamo detti, eliminiamo la battuta finale e creiamo un flusso di coscienza dove passiamo da uno sketch all’altro, attraverso le mie animazioni.

Com’è iniziata la tua relazione con il cinema?

Quando ho iniziato a vedere i film stranieri, all’improvviso, ho scoperto un mondo completamente diverso rispetto a quello di un americano che guardava film americani. È stata la mia educazione al cinema. Se ho idee e storie da raccontare il cinema è il luogo perfetto, rimane il mezzo più potente, anche se più persone vedono il nostro lavoro quando è in televisione.

Alcuni registi cercano nel cinema la realtà, altri la trascendenza, altri ancora il sogno. Tu cosa cerchi?

La realtà è intorno a noi, mi piace ed è per questo che Fellini è stato uno dei miei eroi. Poteva guardare la realtà e trasformarla ma sempre in qualcosa di vero. Mi ricordo che quando andai a Roma per la prima volta e mi guardai intorno, mi resi conto che fino a quel momento pensavo che Fellini fosse una specie di visionario, in realtà era un regista di documentari. Osservava la realtà, la metteva sullo schermo e chi guardava i suoi film riusciva a vedere quello che non sarebbe mai riuscito a vedere e credo sia quello che dovrebbe fare un artista: aprire gli occhi degli altri alla realtà del mondo e renderla straordinaria. Questo era quello che faceva Fellini, io cerco di fare la stessa cosa. Come lui sono un fumettista e i fumetti sono sempre esagerati e rendono le cose più grottesche ma questo permette alle persone di vedere quello che non vedrebbero normalmente.

L’immaginazione ci fa sopravvivere ma non rischia anche di isolarci?

Certamente. La realtà è difficile, ma è dove ci troviamo, è qui che dobbiamo giocare. Spesso leggo recensioni sui miei film che parlano dell’elemento fantasy ma nei miei lavori c’è sempre una battaglia tra fantasia, fuga, immaginazione e realtà. È la tensione tra i due poli che diventa interessante.

Com’è nata l’ispirazione per Brazil?

In quegli anni in Italia c’erano le Brigate Rosse, in Germania la Rote Armee Fraktion, nel Regno Unito l’IRA. Quindi c’era quello che veniva definito terrorismo e, allo stesso tempo, in così tanti posti del mondo le persone venivano messe in prigione senza motivo. C’era una sorta di ipocrisia. Se eri al potere potevi incolpare tutti gli altri di essere dei terroristi, se non lo eri stavi solo cercando di essere onesto e criticavi chi era al potere. Credo che Brazil sia arrivato così.

Uno dei titoli provvisori era 1984 ½?

Sì in omaggio a 8 ½ di Fellini. Non avevo mai letto 1984 prima di fare questo film ma nello Zeitgeist tutti sapevamo del Grande Fratello. L’aspetto interessante è che quando vado in America mi chiedono come facevo a sapere che gli USA sarebbero diventati così. Ora negli Stati Uniti c’è la Homeland Security, a caccia degli immigrati/terroristi messicani, che assomiglia molto al Ministero dell’Informazione. L’idea che mi ha intrigato quando stavo girando Brazil è che se hai un ministero che deve scoprire e fermare il terrorismo, hai bisogno del terrorismo. Di conseguenza il ministero deve continuare a trovare o a creare terroristi per sopravvivere. Nel film non si sa se ci siano davvero dei terroristi o se sia un’invenzione della burocrazia.

Burocrazia, Grande Fratello…in realtà sembra siano bastati i social network per tenerci sotto controllo.

Questo è interessante perché nessun governo, nessun politico l’ha inventato, è un mostro che si è inventato da solo…forse la gente vuole essere controllata in fondo. Il mondo è complicato, si muove molto velocemente, la tecnologia sta avanzando e credo che le persone di sentano impotenti. Sui social network, dietro l’anonimato, si può dire quello che si vuole e questo è molto triste.

A proposito di informazione, cosa pensi del gonzo journalism di Thompson (autore di Paura e disgusto a Las Vegas)?

È difficile fare del buon giornalismo oggi. Ci sono le notizie online…e il denaro che prima era disponibile per un vero giornalismo investigativo non esiste più. Ci sono ancora, però, alcune persone determinate e pazze come i gonzo journalist; queste vengono sempre considerate di sinistra e fermate. È il caso di Assange. L’informazione e la realtà sono divise in tatti frammenti, forse per questo persone come Donald Trump, un venditore ed un demagogo, hanno successo. Sta accadendo in molti Paesi, anche in Italia.

Cosa è accaduto al sogno americano?

Thompson sapeva che era già finito quando abbiamo fatto il film. Negli anni ’60 qualcosa è cambiato ma alla fine il pendolo oscilla e i ragazzi degli anni ’60, come me, erano fantastici quando erano giovani ma poi hanno iniziato ad avere famiglie, a comprare case, a lavorare. L’avventura è finita e non so dove siamo ora. Non capisco più il mondo perché non ha senso per me. Non c’è niente che possa davvero fare la differenza, siamo troppo atomizzati. È terribile.

Parlando de L’uomo che uccise Don Chisciotte, per te è stato più importante il percorso che ha portato al film oppure il film stesso?

Davvero non lo so. Chisciotte è un personaggio straordinario che ho sempre amato per quello che rappresenta. Forse il problema è che ne sono rimasto ossessionato. Un uomo che sogna, con una visione del mondo molto nobile, mentre la realtà non è così meravigliosa. Andando avanti con il lavoro, il ritmo del film diventava lo stesso del libro: partire per un’impresa eroica e poi crollare. La capacità di Chisciotte di sopravvivere, fallimento dopo fallimento, mi ha rapito e ho creduto fosse qualcosa per cui valesse la pena lottare. Così sono rimasto intrappolato nella storia.

Credi che il tuo alter ego sia più Don Chisciotte o il Barone di Münchausen?

Forse Sancho Panza. Tony Grisoni, che ha scritto la sceneggiatura con me, crede che il film stesso sia Don Chisciotte e io Sancho perché cercavo di spingere la cosa nella realtà. Quello che mi dà fastidio è che la gente continua a giudicare il film perché ci sono voluti quasi 30 anni per completarlo ma alla fine è stato solo un film come gli altri, di cui sono orgoglioso. Ho trascorso l’ultimo anno a promuovere il film, come quando Pryce/Don Chisciotte ripete sempre la stessa scena nel camion. Devi stare attento a quello che scrivi perché ad un certo punto ti trasformi in esso.


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