Gilet gialli, il nuovo algoritmo di Facebook che ha favorito la rivolta


Gilet gialli, il nuovo algoritmo di Facebook che ha favorito la rivolta

Ahmed Zakaria / ANADOLU AGENCY
 


 Un momento della manifestazione dei gilet gialli a Parigi il 24 novembre




Ci è stato spiegato che il movimento dei gilet gialli  è nato su Facebook. Ma come è stata usata la rete? Ed è vero, come sostengono alcuni, che le nuove impostazioni dell’algoritmo di visualizzazione del social network, hanno in qualche modo favorito la crescita della protesta? Per capirlo occorre ripartire dall’inizio.

In Francia gli utenti della rete attivi su Facebook sono 34 milioni. Ma i primi bagliori della protesta che sta bloccando la Francia, si vedono su Change. Change è una piattaforma web che consente a chiunque di proporre una petizione che tutti possono firmare. Il 29 maggio l’utente Priscilla Ludowsky lancia una petizione diretta al ministro della transizione ecologica. La intitola: “Per un abbassamento del prezzo dei carburanti alla pompa”.

Il testo è molto articolato e a un certo punto si legge “che è giusto darsi l’obiettivo di far circolare veicoli meno inquinanti, ma aumentare le accise sulla benzina e il diesel non è la soluzione”. La firmano fino ad oggi quasi un milione di persone (obiettivo dichiarato). Ma chi è Priscilla Ludovsky?

In Francia adesso la chiamano “la testa pensante dei gilet gialli”. Ha 31 anni, è originaria della Antille francesi, ha studiato finanza e lavorato per un po’ in banca prima di aprire una sua attività di prodotti cosmetici bio sulla Senna e Marna, la regione del nord est della Francia dove è nata la protesta. La petizione è apparentemente innocua: in realtà punta l’indice contro “il falso ecologismo del governo” mettendo in evidenza alcune incongruenze come il fatto che “gli automobilisti inquinatori già pagano il 60 per cento di tasse, mentre chi inquina con navi e aerei non paga nulla in più”; o la mancanza di progetti per diffondere bio carburanti.

Passa l’estate, le firme sulla petizione crescono ogni giorno, e la protesta approda su Facebook. A partire dal 15 ottobre si contano migliaia di gruppi che nascono spontaneamente in ogni piccolo centro. In comune hanno nomi come “basta con la benzina che costa come l’oro”, o “la Francia arrabbiata”. Il termine gilet gialli ancora non esiste. I partiti di estrema destra e estrema sinistra cavalcano la nascente protesta, ma è su Facebook che si svolge la mobilitazione.

Perché hanno successo gli oltre 1.500 gruppi e come riescono a collegarsi? Grazie alle nuove impostazioni dell’algoritmo di visualizzazione dei post di Facebook seguito allo scandalo Cambridge Analytica e alle polemiche per le interferenze russe nelle elezioni americane del 2016. Allora Mark Zuckerberg decise di correre ai ripari modificando in maniera significativa il tipo di contenuti che gli utenti visualizzano: meno news e più contenuti prodotti dalla propria cerchia di amici; e poi, contenuti simili. E’ questo il meccanismo che ha consentito a centinaia di video selfie fatti con il telefonino, di diventare virali.

Fra questi il più celebre è quello di un’altra donna, Jacline Moraoud, 51enne, bretone, fisarmonicista e ipnoteraputa, che un giorno si riprende col telefonino nel tinello di casa per dire due o tre cose al presidente Macron, e quel video di cinque minuti supera  sei milioni di visualizzazioni. “Mai mi sarei aspettata un risultato simile”, dirà.

I video selfie virali sono il propellente, la miccia è un post su Facebook che chiama alla mobilitazione: lo firma Eric Drouet, considerato un maestro nell’arte dei video selfie e creatore di moltissimi gruppi Facebook. Ha 33 anni, padre di famiglia e autotrasportatore della città di Melun, nella regione di Senna e Marna, il 26 ottobre crea una pagina evento, la chiama “Blocco nazionale contro l’aumento dei carburanti”, indica come data il 17 novembre e oltre duecentomila persone ci cliccano sopra: parteciperò, mi interessa.

E’ in questa fase che nasce l’idea di indossare un gilet giallo come segno di riconoscimento: l’idea è di un manifestante e viene subito accolta per due ragioni. La prima è che evidenzia il lavoro di molti di coloro che protestano; la seconda è che il giallo segnala la gravità della situazione. Un giornalista si mette a contare il numero di partecipanti virtuali e li confronta con gli abitanti di ogni piccola città, e su Twitter avverte che sono impressionanti: 4 mila e 600 su 18 mila a Sedan, 6 mila e 700 su a Dieppe, 5 mila e 900 su 35 mila ad Auxerre. Non sono virtuali, sono reali.

Il 17 novembre escono da Facebook e si materializzano per la prima volta. Prima del bis del 24 novembre (“Tutti a Parigi!”, titolo del post), Facebok in molti paesi del mondo ha un guasto: succede martedì 20 novembre e dura alcune ore, durante le quali i promotori della protesta gridano al boicottaggio e alla censura. Segno della consapevolezza del ruolo fondamentale giocato dal social network. 

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it




Link ufficiale: https://www.agi.it/estero/rss

Autore dell'articolo: admin