Ebola torna a fare paura. E l’Italia «esporta» prevenzione in Uganda


Il virus Ebola è tornato e fa sempre più paura. È ricomparso a luglio in Congo e, a dispetto di tutti i tentativi di arginarlo, ha già fatto oltre 2mila vittime e si è affacciato nella confinante Uganda, dove sono ormai accertati tre casi e due decessi. Così all’Ospedale St. Mary’s Lacor di Gulu, fondato da Pietro e Lucille Corti e sostenuto dalla Fondazione Corti di Milano, si preparano le strategie di prevenzione e contenimento: l’ospedale, che vede 250mila pazienti all’anno, è infatti uno dei maggiori Centri di riferimento per Ebola e Hiv in Africa.

Misure di prevenzione

Con lo sconfinamento del virus in Uganda, al Lacor il livello di allerta è salito al massimo. Il Ministero della Sanità ugandese ha sottolineato che l’epidemia è reale e chiede alla popolazione di rimanere calma e vigilare per segnalare qualsiasi caso sospetto a un apposito numero verde; intanto, al Lacor si stanno preparando le difese con il piano per affrontare l’emergenza messo a punto negli anni scorsi anche grazie all’Italia. Nel 2016 infatti, a seguito dell’epidemia di Ebola del 2014, è stato avviato il progetto ENDORSE (Enhancing individual and institutional infectious Disease Outbreaks ResponSe capacities of healthcare professionals to mitigate infectious Emergencies in Northern Uganda region), realizzato in collaborazione con l’Ospedale Sacco di Milano: ha coinvolto nove ospedali ugandesi, con il Lacor come capofila, e ha portato in Africa i modelli di prevenzione occidentali. Racconta Giovanna Fotia, a capo del progetto: «Sono state formate almeno quindici persone in ogni ospedale che hanno imparato a vestirsi, riconoscere e trasportare in condizione di sicurezza un caso di Ebola a un ospedale di riferimento come il Lacor. Il progetto ha lasciato uno stock minimo di equipaggiamento, una decina di kit per ogni ospedale: uno dei problemi è infatti la difficoltà di reperirlo dai canali governativi».

Riconoscere Ebola

ENDORSE non è stato però a senso unico, come spiega Giuliano Rizzardini, responsabile malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano: «Abbiamo portato modelli occidentali, equipaggiamento, tute, mostrando la diagnostica più evoluta; loro però si sono dimostrati più bravi di noi nell’individuare i casi e trattare i campioni biologici, insegnandoci metodiche utili in emergenza come il riconoscimento e la gestione dei sintomi, per esempio come compaiono i casi sospetti e quelli conclamati». All’Ospedale Lacor sono perciò preparati ad affrontare l’epidemia che preme dai confini con il Congo: «Possiamo contare su un piano per affrontare l’emergenza: sappiamo individuare i casi sospetti e abbiamo una procedura da seguire. Sappiamo dove portare il paziente, chi dobbiamo avvisare, quali risorse usare», dice Emmanuel Ochola, epidemiologo e responsabile del Dipartimento Hiv dell’Ospedale Lacor. «La sorveglianza è continua: lo screening procede ai confini e se viene rilevato qualcosa di insolito ci viene immediatamente comunicato. Per arginare l’epidemia e ridurne la mortalità è molto importante anche l’informazione alla popolazione, che deve saper identificare i casi sospetti e riferirli alle autorità in modo che i pazienti siano gestiti con tempestività. Per questo si utilizza un sistema di rete per cui alcune persone, chiamate letteralmente ‘mobilizzatori del villaggio’, fanno da tramite con l’ospedale o i centri sanitari periferici e vanno nei villaggi a fare informazione». 

Non è malocchio

Il problema da affrontare, oltre a un virus terribile? La paura dei cittadini: molti si accorgono di non star bene, ma non lo denunciano per paura di essere isolati, morire soli ed essere seppelliti senza la famiglia vicino. Così però il virus, uno dei più contagiosi oggi esistenti, si diffonde. Aggiunge Emintone Odong, direttore medico dell’Ospedale Lacor: «Alcuni pensano addirittura di avere il ‘malocchio’, è invece fondamentale che sappiano che la causa della malattia non è la magia, ma un virus ben noto. Devono capire l’importanza di non scappare e collaborare con i medici e gli operatori sanitari. Coinvolgere nella sensibilizzazione della comunità i guaritori, a cui la gente si rivolge se non sta bene, è fondamentale per contrastare la diffusione di Ebola». Che ha un potenziale infettivo enorme, una mortalità molto elevata (oltre il 60 per cento) e inizia davvero a far paura: il tumore è che possa ripetersi l’epidemia del 2014, quando Ebola fece oltre diecimila morti nel mondo.

17 giugno 2019 (modifica il 17 giugno 2019 | 13:48)

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Autore dell'articolo: admin