è il vivere quotidiano che la produce


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Sonno e insonnia. Sono la faccia della stessa medaglia. Un problema molto moderno. Attuale, Per molti quotidiano. Meglio, notturno.

Ci si corica e non ci si addormenta. Oppure ci si sveglia nel cuore della notte e non ci si riaddormenta più.

I motivi? I più svariati, “ma quando siamo a letto, i nostri peccati quotidiani si ingigantiscono. Le cose lasciate in sospeso durante la giornata ci tengono svegli e fanno da calamita a problemi più profondi di coscienza e di colpa”. 

“Il sonno è diventato un lusso, che desideriamo disperatamente e non siamo mai del tutto sicuri di possedere” scrive Darian Leader su The Guardian nella traduzione pubblicata da Internazionale del 26 aprile, in edicola fino al 2 maggio.

“Eppure l’idea di un unico blocco di sonno ininterrotto è molto probabilmente un’invenzione recente” si legge ancora, perché “lo storico statunitense Roger Ekirch sostiene che fino alla metà dell’Ottocento il sonno aveva generalmente un andamento in due fasi”. 

“Gli esseri umani avevano un primo e un secondo sonno: andavano a letto verso le nove di sera e dormivano fino a mezzanotte circa, poi si alzavano per un’ora o due – la cosiddetta ‘veglia’ – e tornavano a letto fino al mattino”.

Già lo diceva Marx

Nella seconda metà dell’Ottocento il sonno unico divenne la norma e il fenomeno, secondo Ekrich è dovuto probabilmente “alla comparsa della luce artificiale”, all’illuminazione delle strade, che “offriva nuove possibilità e spingeva le persone ad andare a letto più tardi”.

Sta di fatto che quello di dormire sta diventando un problema sociale, specie in Occidente, dove si ritiene che il dormire sia una perdita di tempo, mentre in altre parti del mondo lo si percepisce come un valore, parte del bioritmo personale. Anche durante il giorno. Basti pensare a la siesta, ad esempio.

E non è un caso, ad esempio, che almeno il 10% degli abitanti dei paesi ricchi soffrano di insonnia cronica.

Legati a problemi come il lavoro organizzato in turni, oppure all’ora legale o ai cambi di fuso orario per chi viaggia molto, come gli uomini d’affari, o alla troppa luce delle città e, ancora, alla rivoluzione digitale, come spiega Linda Geddes in un altro articolo sempre da The Guardian e tradotto dal settimanale Internazionale. Insomma, è questa vita che ci tiene svegli. I suoi ritmi.

Del sonno “se ne parla ovunque” e in continuazione. C’è un’intera pubblicistica in materia. Riviste, giornali, articoli, libri.

E poi “ci viene ripetuto continuamente quanto ce ne serve” e “che cosa ci succederà se non dormiamo abbastanza e quanto costano all’economia i lavoratori stanchi”. Riposare le membra per prepararsi a riprodurre il capitale, era del resto l’analisi di Karl Marx nel libro primo del Capitale nel saggio sul plusvalore.

“Si calcola che l’industria mondiale del sonno quest’anno raggiungerà i 76 miliardi di dollari” scrive ancora Darian Leader, legata in particolare alla pubblicità dei materassi in tv.

Eppure “fino a qualche decennio fa i disturbi del sonno si contavano sulle dita di una mano, oggi sono più di settanta. Nuovi disturbi significano nuove cure, nuovi esperti, nuove opportunità di guadagno” scrive il Guardian.

E così alcune grandi aziende “si vantano di aver adottato sul sonno politiche all’avanguardia”, tanto che Aetna, colosso statunitense delle assicurazioni sanitarie, con quasi 50 mila lavoratori occupati, offre “un bonus di 25 dollari al giorno ai dipendenti che riescono a dormire sette ore a notte per almeno venti giorni di seguito” racconta Leader.

A tutto c’è rimedio

Ma se addormentarsi può diventare un problema, non c’è comunque di che preoccuparsi perché “esistono dispositivi di monitoraggio del sonno grazie ai quali chi risulta etichettato come insonne riceve sul telefono una terapia in grado di restituirgli un riposo salutare”.

Insomma, “un tempo i posti dove i privilegiati andavano in cerca di pace erano i centri benessere, oggi invece è il sonno a essere commercializzato come un rifugio personale per ognuno di noi”.

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GARO / Phanie
 

 Farmaci per l’insonnia

E il sonno “è diventato il primo oggetto della nostra analisi giornaliera: ci svegliamo non solo per preoccuparci dei compiti da svolgere durante la giornata ma, prima di tutto, per chiederci se abbiamo dormito abbastanza e poi, inevitabilmente, allarmarci per il nostro fallimento”.

Ma ritornando alla tematica dell’industria del sonno, c’è da constatare che essa “deve fare i conti con la realtà”.

Ovvero con il fatto che “viviamo in un mondo caratterizzato dalla precarietà del lavoro, da lunghi spostamenti quotidiani, dall’insicurezza economica e dalla necessità di proiettare a tutti i costi un’immagine positiva di sé. Come ci si può aspettare che la gente dorma bene?” si chiede ancora Darian Leader del Guardian.

Il paradosso? “Più il mondo intorno a noi ci chiede attenzione a tanti livelli, più ci troviamo a subire pressioni per raggiungere le otto ore di sonno ininterrotto. Questa è ideologia allo stato puro, ed è arrivato il momento di svegliarci” conclude l’articolista.

Tuttavia, tranquilli. Una soluzione all’insonnia alla fin fine c’è. Anche se radicale: “…non nascere”. Parola di Gay Gaer E Julius Segal, in Insomnia, il loro studio in materia pubblicato nel 1969.

Una teoria buona, più che altro, contro il sovraffollamento della terra.

 

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